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QUANDO SCOPPIA LA CRISI,
PERCHÉ OGNUNO SI CHIUDE NEL SUO REPARTO?

Venerdì, ore 17.40. Un fornitore chiave comunica che la consegna di lunedì salta. In dieci minuti il telefono del responsabile di produzione squilla tre volte. Il commerciale vuole sapere cosa dire ai clienti. Gli acquisti cercano un fornitore alternativo. La logistica riorganizza i turni. Tutti lavorano. Tantissimo. Nessuno si parla.

Lunedì mattina il commerciale ha promesso consegne che la produzione non può garantire. Gli acquisti hanno ordinato materiale che il magazzino non sa dove mettere. E c'è una mail in copia a quattordici persone che inizia con «Come già detto...».

Ognuno ha gestito la sua crisi. Nessuno ha gestito quella dell'azienda.

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DECISIONI SOTTO PRESSIONE: IL RIFLESSO DEL BUNKER

Sotto pressione succede una cosa curiosa: il perimetro si restringe. Si torna a quello che si controlla, cioè il proprio reparto, il proprio team, i propri numeri. A livello individuale ha perfino senso. Arriva il pericolo, ci si protegge.

La psicologia delle organizzazioni lo studia da tempo. Barry Staw e colleghi, nel 1981, l'hanno chiamato threat rigidity, rigidità da minaccia. Davanti a una minaccia, persone e organizzazioni considerano meno informazioni, accentrano le decisioni e ripiegano sulle risposte che conoscono già. Tradotto: proprio quando servirebbe più flessibilità, diventiamo più rigidi. Proprio quando servirebbe parlarsi di più, ci parliamo di meno.

I segnali, chi lavora in HR li riconosce al volo. Si curano i sintomi: il problema è il fornitore in ritardo, ma si passa un'ora a discutere di chi doveva avvisare chi. Si decide da soli, e in fretta: ogni reparto prende la sua decisione «per non perdere tempo», poi ne serve il triplo per farle combaciare. Si guarda solo il proprio numero: la logistica salva i suoi tempi, il commerciale salva il cliente di oggi, e il conto lo paga qualcun altro la settimana dopo. Le informazioni spariscono: non per malizia, ma perché sotto pressione condividere sembra tempo perso.

Peter Senge, il padre del pensiero sistemico, lo dice così: nei sistemi complessi causa ed effetto sono spesso lontani nel tempo e nello spazio. La decisione presa venerdì al terzo piano produce il suo effetto lunedì al primo. Sotto pressione quella distanza diventa invisibile.

L'idea centrale

Nei giorni tranquilli i silos sono un costo.
In una crisi diventano un rischio.

NON SI IMPARA DURANTE LA CRISI

Ecco il punto scomodo. Come reagiamo in crisi non si improvvisa. Si allena prima. Nessuno chiede a un pilota di imparare a gestire un'avaria durante l'avaria: lo fa al simulatore. In azienda, invece, spesso un team scopre come decide sotto pressione la prima volta che arriva una crisi vera. Con clienti veri e soldi veri.

Qui entra in gioco Friday Night at the ER, una simulazione in cui i partecipanti gestiscono un ospedale durante 24 ore critiche: pronto soccorso, chirurgia, terapia intensiva, dimissioni. Arrivano i pazienti, le risorse non bastano, il tempo stringe. La pressione è vera. Le conseguenze no.

Al tavolo il riflesso del bunker si vede subito. Quando la situazione si complica, ogni reparto si chiude: si tengono i letti per sé, si rimandano le richieste degli altri, si decide da soli. Poi arrivano i risultati, con i dati di servizio, qualità e costi dell'intero ospedale. E le persone vedono, numeri alla mano, quanto è costato decidere ognuno per conto proprio.

Nel debriefing la domanda non è «chi ha sbagliato?». È «cosa ci ha fatto chiudere, e cosa avremmo potuto fare diversamente?». È lì che nasce l'abitudine opposta: alzare la testa proprio quando verrebbe da abbassarla.

Dettaglio del tabellone di Friday Night at the ER con i reparti Chirurgia e Terapia Intensiva occupati dalle pedine dei pazienti durante una sessione
Letti occupati, richieste in attesa: al tavolo la pressione si vede.

COSA CAMBIA IL LUNEDÌ MATTINA

Un team che ha vissuto questa dinamica al tavolo la riconosce quando si ripresenta in ufficio. La pressione non sparisce. Cambia la prima reazione. Invece di dieci telefonate separate, una chiamata di quindici minuti con le persone giuste. Invece di dieci decisioni rapide da ricucire, una decisione presa insieme, che a conti fatti fa perdere molto meno tempo.

Friday Night at the ER è il secondo pilastro del Flow4Leader Program. Il primo, FLIGBY, ideato con Mihaly Csikszentmihalyi, lavora sul singolo leader: come resta lucido e tiene coinvolto il team quando la sfida si alza. Il secondo allarga lo sguardo al sistema. In una crisi servono tutti e due.

La domanda non è se arriverà la prossima crisi. Arriverà. La vera domanda è se, quando arriva, i tuoi reparti si chiuderanno o si parleranno.

Vuoi vedere Friday Night at the ER da vicino? Martedì 27 ottobre, dalle 12.30 alle 13.15, lo presentiamo in un webinar: iscriviti e riserva il tuo posto. Se invece vuoi capire come portarlo nella tua azienda, fissa una call gratuita con il nostro team.

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IL FLOW PER LA FELICITA' E IL SUCCESSO

LA LEADERSHIP NELLA VITA E NEL LAVORO.

IL LIBRO DI STEFANO SELVINI

“Si legge in un soffio: è un romanzo, ma è anche una guida assistita al lavoro per arrivare a padroneggiarlo.”

“Questo romanzo unisce la teoria alla pratica, invitandoci a rispondere a una questione di fondo: quando il lavoro vale la pena di essere vissuto?”

“Pagina dopo pagina familiarizzerete – passo al voi, avendole già lette in anteprima – con Marco Riva, il protagonista, rispecchiandovi nella sua costante ricerca di felicità. Perché tutti, nessuno escluso, cerchiamo la piena realizzazione.”

FILIPPO POLETTI – Top Voice Linkedin e influencer del benessere al lavoro

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Venerdì, ore 17.40. Un fornitore chiave comunica che la consegna di lunedì salta. In dieci minuti il telefono del responsabile di produzione squilla tre volte. Il commerciale vuole sapere cosa dire ai clienti. Gli acquisti cercano un fornitore alternativo. La logistica riorganizza i turni. Tutti lavorano. Tantissimo. Nessuno si parla.

Lunedì mattina il commerciale ha promesso consegne che la produzione non può garantire. Gli acquisti hanno ordinato materiale che il magazzino non sa dove mettere. E c’è una mail in copia a quattordici persone che inizia con «Come già detto…».

Ognuno ha gestito la sua crisi. Nessuno ha gestito quella dell’azienda.

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SE OGNI REPARTO FUNZIONA, PERCHÉ L’AZIENDA NO?

Lunedì, ore 9. La produzione presenta i suoi numeri: tutto in linea. La logistica presenta i suoi: tempi rispettati. Il commerciale ha chiuso il trimestre sopra target.

Poi qualcuno legge la mail di un cliente storico. È furioso. L’ordine è arrivato in ritardo, incompleto, e nessuno lo ha avvisato. Silenzio. «Da noi è uscito tutto nei tempi.» «Il problema è a monte.» «Io l’avevo segnalato.»

Ognuno ha fatto il suo lavoro. Il cliente, intanto, sta facendo il suo: cercare un altro fornitore. I silos aziendali non si vedono negli organigrammi. Si vedono il lunedì mattina, in riunione.

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LA MAPPA DEL FLOW: IN CHE STATO LAVORA IL TUO TEAM?

Ti è mai capitato di avere troppo da fare e sentirti comunque di non essere all’altezza? Oppure, al contrario, di avere così poco stimolo da chiederti perché stai facendo proprio quel lavoro?

Sono due situazioni molto diverse, ma hanno qualcosa in comune: ci dicono che sfida e competenze non sono in equilibrio.

È proprio qui che entra in gioco uno degli strumenti più interessanti di Fligby: la Mappa del Flow. Si basa sulla teoria del flow di Mihaly Csikszentmihalyi, lo psicologo che ha ideato Fligby insieme ad Aleas Simulations.

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LE 4 COMPETENZE CHE DECIDONO SE UN MANAGER VA IN FLOW

C’è un tipo di manager molto comune: si descrive come “bravo a dare feedback”. Lo dà spesso, con calma, di solito a fine riunione. Tipo: ottimo lavoro, andiamo avanti così.

Poi arriva la simulazione. E i dati raccontano un’altra storia: quel feedback è generico, arriva tardi, e nessuno cambia mai comportamento dopo averlo sentito.

Non è un caso reale, è solo un tipo umano molto diffuso. Quello che pensiamo di saper fare e quello che facciamo davvero, sotto pressione, spesso non coincidono.

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CASE STUDY: COSA SUCCEDE QUANDO 12 MANAGER SEGUONO IL FLOW4LEADER PROGRAM

E se il problema non fosse la mancanza di formazione dei singoli manager, ma il fatto che stiamo formando i singoli senza allenare il sistema in cui devono lavorare insieme?

Da qui nasce la scelta del Flow4Leader Program.

Non dodici corsi individuali.
Non un altro workshop di leadership.

Un unico percorso per 12 manager, lungo 10-12 mesi, nel quale crescita individuale e crescita organizzativa procedono insieme.

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FLOW4LEADER PROGRAM: PERCHÉ CI VOGLIONO 12 MESI PER CAMBIARE UN LEADER (E NON BASTA UN CORSO)

Nessuno si aspetta di correre una maratona dopo un weekend di allenamento intenso. Eppure continuiamo ad aspettarci che un manager cambi comportamento per sempre dopo due giorni d’aula, un buffet e un attestato di partecipazione.

Dodici mesi, quando lo diciamo a un HR director, è quasi sempre la prima obiezione: non si può accorciare a tre o quattro?

Il Flow4Leader Program dura così tanto apposta.

La risposta breve è no. Se hai già mandato un manager a un corso di due giorni, tornato carico il lunedì e uguale a prima entro fine mese, probabilmente lo sospetti anche tu. Il problema non è mai stato il contenuto delle slide. È il tempo che serve perché qualcosa smetta di essere una nozione e diventi un riflesso, e nessuno ha mai sviluppato un riflesso in quarantotto ore.

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