ARTICOLO DEL BLOG:

L'AI NON CREA RESISTENZA.
LA CREA IL MODO IN CUI LA PRESENTIAMO.

Se raccontata male, anche l’innovazione diventa resistenza.

Negli ultimi mesi moltissime aziende hanno introdotto strumenti di intelligenza artificiale.

Nuove piattaforme.
Nuovi processi.
Nuove promesse di efficienza.

E spesso anche lo stesso risultato:

  • -entusiasmo iniziale;
  • -qualche test;
  • -poi ritorno alle vecchie abitudini.

Perché?

Perché il problema, molto spesso, non è la tecnologia.
È la cultura aziendale.

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IL GRANDE EQUIVOCO DELL’ADOZIONE

Molte aziende trattano l’AI come un progetto tecnico.

Ma l’adozione dell’AI è soprattutto un processo umano.

Quando arriva un nuovo strumento, le persone non pensano solo:

“Come funziona?”

Pensano anche:

“Che spazio avrò io in questo nuovo scenario?”

E questa domanda cambia tutto.

Dietro la resistenza, il cinismo o il poco coinvolgimento spesso non c’è chiusura mentale.

C’è incertezza.

IL RUOLO DEL LEADER? TRADURRE.

Oggi leader e HR hanno una sfida enorme:

tradurre il potenziale della tecnologia in qualcosa che non venga percepito come una minaccia.

Perché dire:

“Automatizziamo alcune attività”

ha un impatto molto diverso rispetto a:

“Liberiamo tempo per attività a maggior valore.”

Le persone non adottano davvero uno strumento se si sentono sostituibili.

Lo adottano quando si sentono coinvolte.

L’INNOVAZIONE HA BISOGNO DI SICUREZZA

Le aziende che riescono meglio nell’introduzione dell’AI non sono sempre quelle con i software più avanzati.

Sono quelle che creano ambienti in cui è possibile:

  • -fare domande;
  • -sperimentare;
  • -sbagliare;
  • -imparare senza sentirsi “indietro”.

Perché l’innovazione non cresce nella pressione.

Cresce nella sicurezza psicologica.

IL PARADOSSO DELL’AI

Più la tecnologia evolve, più diventano centrali le competenze umane.

Leadership.
Comunicazione.
Ascolto.
Gestione del cambiamento.

Paradossalmente, l’intelligenza artificiale sta rendendo ancora più importante il fattore umano.

Ed è qui che HR e manager possono davvero fare la differenza.

E ADESSO?

La vera domanda non è:

“Abbiamo introdotto l’AI?”

Ma:

“Le persone si sentono parte di questo cambiamento?”

Perché tra acquistare uno strumento e creare una vera trasformazione culturale c’è una distanza enorme.

E proprio qui si giocherà la differenza tra le aziende che subiranno il cambiamento e quelle che sapranno guidarlo.

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FILIPPO POLETTI – Top Voice Linkedin e influencer del benessere al lavoro

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ARTICOLI DEL BLOG

LA MAPPA DEL FLOW: IN CHE STATO LAVORA IL TUO TEAM?

Ti è mai capitato di avere troppo da fare e sentirti comunque di non essere all’altezza? Oppure, al contrario, di avere così poco stimolo da chiederti perché stai facendo proprio quel lavoro?

Sono due situazioni molto diverse, ma hanno qualcosa in comune: ci dicono che sfida e competenze non sono in equilibrio.

È proprio qui che entra in gioco uno degli strumenti più interessanti di Fligby: la Mappa del Flow. Si basa sulla teoria del flow di Mihaly Csikszentmihalyi, lo psicologo che ha ideato Fligby insieme ad Aleas Simulations.

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LE 4 COMPETENZE CHE DECIDONO SE UN MANAGER VA IN FLOW

C’è un tipo di manager molto comune: si descrive come “bravo a dare feedback”. Lo dà spesso, con calma, di solito a fine riunione. Tipo: ottimo lavoro, andiamo avanti così.

Poi arriva la simulazione. E i dati raccontano un’altra storia: quel feedback è generico, arriva tardi, e nessuno cambia mai comportamento dopo averlo sentito.

Non è un caso reale, è solo un tipo umano molto diffuso. Quello che pensiamo di saper fare e quello che facciamo davvero, sotto pressione, spesso non coincidono.

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CASE STUDY: COSA SUCCEDE QUANDO 12 MANAGER SEGUONO IL FLOW4LEADER PROGRAM

E se il problema non fosse la mancanza di formazione dei singoli manager, ma il fatto che stiamo formando i singoli senza allenare il sistema in cui devono lavorare insieme?

Da qui nasce la scelta del Flow4Leader Program.

Non dodici corsi individuali.
Non un altro workshop di leadership.

Un unico percorso per 12 manager, lungo 10-12 mesi, nel quale crescita individuale e crescita organizzativa procedono insieme.

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FLOW4LEADER PROGRAM: PERCHÉ CI VOGLIONO 12 MESI PER CAMBIARE UN LEADER (E NON BASTA UN CORSO)

Nessuno si aspetta di correre una maratona dopo un weekend di allenamento intenso. Eppure continuiamo ad aspettarci che un manager cambi comportamento per sempre dopo due giorni d’aula, un buffet e un attestato di partecipazione.

Dodici mesi, quando lo diciamo a un HR director, è quasi sempre la prima obiezione: non si può accorciare a tre o quattro?

Il Flow4Leader Program dura così tanto apposta.

La risposta breve è no. Se hai già mandato un manager a un corso di due giorni, tornato carico il lunedì e uguale a prima entro fine mese, probabilmente lo sospetti anche tu. Il problema non è mai stato il contenuto delle slide. È il tempo che serve perché qualcosa smetta di essere una nozione e diventi un riflesso, e nessuno ha mai sviluppato un riflesso in quarantotto ore.

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SVILUPPO INDIVIDUALE O PENSIERO SISTEMICO? LA DOMANDA CHE FA PERDERE TEMPO E BUDGET

Quante volte hai dovuto scegliere tra un corso sulla leadership individuale e un percorso sul cambiamento organizzativo, convinto che rispondessero a due esigenze diverse? Il catalogo formativo medio è costruito proprio così: da una parte le soft skill del singolo, dall’altra i processi e la cultura aziendale. Come se il primo non dipendesse quasi mai dal secondo.

Non dipende quasi mai da uno solo dei due. Ed è lo stesso errore di cui parlavamo la settimana scorsa: formare il leader senza toccare il sistema intorno a lui, o il contrario.

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