
FORMI IL LEADER O SISTEMI L’AZIENDA?
Perché la formazione manageriale non regge al rientro in ufficio: il costo di scegliere tra il leader e il sistema, invece di lavorare su entrambi.

Il feedback, elemento chiave per il successo degli atleti olimpici,
può diventare un alleato prezioso anche nel mondo aziendale.
Le Olimpiadi sono alle porte e gli atleti di tutto il mondo si stanno preparando intensamente, sia fisicamente che mentalmente, per affrontare la competizione più prestigiosa.
Oggi, nella Palestra del Flow, esploreremo come il feedback, elemento chiave per il successo degli atleti olimpici, possa diventare un alleato prezioso anche nel mondo aziendale.
Nel mondo dello sport di alto livello, il feedback è un elemento essenziale per il miglioramento continuo.
Gli atleti olimpici si allenano con dedizione estrema, accogliendo e cercando costantemente il feedback dei loro allenatori per affinare le loro abilità, correggere errori e raggiungere l’eccellenza.
Questo atteggiamento contrasta nettamente con quello prevalente in molte aziende, dove spesso le persone non cercano attivamente feedback per migliorare le loro performance.
Esploriamo cosa gli atleti fanno bene e perché le aziende dovrebbero prendere spunto da questo approccio.
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LA RICERCA COSTANTE DEL FEEDBACK NEGLI ATLETI OLIMPICI
Gli atleti olimpici sono noti per la loro disciplina e il loro impegno.
Ogni aspetto della loro preparazione è meticolosamente pianificato, ma ciò che distingue veramente un atleta di élite è la sua costante ricerca di feedback. Ecco come e perché questo avviene:
IL FEEDBACK NELLE AZIENDE
A differenza degli atleti olimpici, molte persone nelle aziende non cercano attivamente feedback.
Diverse ragioni contribuiscono a questa situazione: la paura del giudizio e della critica è spesso prevalente nel contesto aziendale, dove un feedback negativo può essere percepito come una minaccia alla propria posizione o reputazione. Inoltre, la mancanza di una cultura aziendale che valorizzi il feedback può rendere le persone riluttanti a richiederlo, temendo che le osservazioni ricevute siano inutili o addirittura dannose.
La carenza di tempo e la pressione costante per raggiungere obiettivi immediati spesso distoglie l’attenzione dall’automiglioramento, rendendo il feedback una priorità secondaria. Infine, la convinzione di sapere già abbastanza, unita a un certo livello di compiacimento professionale, può ridurre la percezione del feedback come uno strumento essenziale per la crescita personale e professionale.
Questi fattori, combinati, creano un ambiente dove il feedback non è adeguatamente cercato o valorizzato, a differenza del mondo sportivo dove è visto come cruciale per il successo.
APPRENDERE DAGLI ATLETI OLIMPICI: VERSO UNA CULTURA DI FEEDBACK
Le aziende possono trarre insegnamenti preziosi dall’approccio degli atleti olimpici al feedback. Ecco alcune strategie chiave:
METTITI ALL’OPERA
Per comprendere a fondo l’importanza del feedback e iniziare a integrarlo nella tua routine professionale, ti propongo un semplice esercizio pratico. Prendi un progetto su cui stai lavorando o un compito che hai recentemente completato.
Segui questi passaggi:
Questo esercizio ti aiuterà a sviluppare una mentalità di crescita e a migliorare costantemente le tue performance, proprio come fanno gli atleti olimpici.
Gli atleti olimpici dimostrano l’importanza del feedback come strumento di miglioramento continuo. La loro costante ricerca di feedback e la capacità di utilizzarlo per migliorare le loro performance rappresentano un modello di eccellenza. Le aziende che adottano una cultura simile possono beneficiare di dipendenti più competenti, motivati e fiduciosi. Promuovere un ambiente dove il feedback è valorizzato e strutturato può trasformare le performance aziendali, portando l’organizzazione a nuovi livelli di successo.
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Perché la formazione manageriale non regge al rientro in ufficio: il costo di scegliere tra il leader e il sistema, invece di lavorare su entrambi.

Fai una prova. Apri il cedolino paga di novembre e cerca la voce “contributi fondi interprofessionali”. C’è, anche se probabilmente non l’hai mai notata — nessuno la nota, è sepolta tra decine di altre righe che nessun HR legge davvero.
Ogni mese, insieme agli stipendi, la tua azienda versa lo 0,30% del monte salari all’INPS.
Non è una tassa. È un salvadanaio.
Solo che l’80% delle PMI italiane non lo apre mai. E quei soldi, silenziosamente, ogni anno tornano allo Stato — come se non fossero mai stati versati.

Metà agosto. Foto in spiaggia, aperitivo al tramonto, quel libro che porti in valigia da tre anni e non apri mai. Poi il 25 agosto succede la cosa strana: sei tornato, sei abbronzato, e sei comunque cotto come una bistecca lasciata troppo sulla griglia.
Se ti è già successo, buone notizie: non sei pigro, non sei “poco resiliente”, non hai sbagliato meta. Hai solo applicato al riposo lo stesso errore che applichiamo al lavoro: pensare che basti il tempo. Non basta il tempo. Serve l’energia giusta, gestita nel modo giusto. E qui la faccenda si fa interessante, perché è la stessa identica lezione che dovremmo portarci in ufficio undici mesi l’anno.

C’è una cosa che quasi tutti i manager e i responsabili HR hanno in comune, indipendentemente dal settore e dalla dimensione dell’azienda.
Quando descrivono il periodo più difficile della loro carriera, o la perdita di un talento chiave, usano le stesse parole:
“Non me ne ero accorto.”
“Pensavo di reggere.”
“A un certo punto il sistema è semplicemente collassato.”
Il burnout è una delle patologie più subdole del mondo del lavoro moderno. Non arriva con un segnale preciso, si accumula in silenzio, settimana dopo settimana. E quando esplode, il conto è sempre molto più alto di quello che si poteva immaginare.

C’è una lezione silenziosa e straordinaria che la natura insegna ogni giorno tra le vette maestose e le valli : un fiume non lotta mai contro le rocce che trova sul suo cammino, né si ferma a lamentarsi se il letto si restringe. Trova una via, si adatta, plasma la pietra e continua a scorrere, portando vita ovunque passi.
È con questo identico spirito che le persone che ogni giorno custodiscono lo splendido Parco delle Alpi Marittime hanno deciso di mettersi in gioco, trasformando la formazione tradizionale in un’esperienza di pura evoluzione organizzativa.
Come partner strategici di questo viaggio, non abbiamo progettato un semplice corso in aula, ma un vero e proprio ecosistema d’innovazione.

C’è una scena che si ripete in quasi ogni azienda.
Il direttore chiede: “Qualcuno ha idee su come affrontare questo problema?”
Silenzio.
Qualcuno controlla lo smartphone. Qualcun altro annuisce in modo vago. La riunione finisce con i soliti tre che parlano e tutti gli altri che ascoltano passivamente.
Poi, nel parcheggio o davanti alla macchinetta del caffè, emergono le vere opinioni:
“Io avrei fatto diversamente…”
“Secondo me il problema reale è un altro.”
“L’ho detto mille volte, ma tanto nessuno ascolta.”
Questo è il costo invisibile che nessun bilancio societario registra: il valore delle idee che le persone hanno in testa, ma che non portano mai sul tavolo.
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