Pubblicati da Sara Cascio

FLOW4LEADER PROGRAM: PERCHÉ CI VOGLIONO 12 MESI PER CAMBIARE UN LEADER (E NON BASTA UN CORSO)






Anteprima corpo articolo, Flow4Leader Program


Articolo del blog

FLOW4LEADER PROGRAM: PERCHÉ CI VOGLIONO 12 MESI
PER CAMBIARE UN LEADER (E NON BASTA UN CORSO)

Nessuno si aspetta di correre una maratona dopo un weekend di allenamento intenso. Eppure continuiamo ad aspettarci che un manager cambi comportamento per sempre dopo due giorni d'aula, un buffet e un attestato di partecipazione.

Dodici mesi, quando lo diciamo a un HR director, è quasi sempre la prima obiezione: non si può accorciare a tre o quattro?

Il Flow4Leader Program dura così tanto apposta.

La risposta breve è no. Se hai già mandato un manager a un corso di due giorni, tornato carico il lunedì e uguale a prima entro fine mese, probabilmente lo sospetti anche tu. Il problema non è mai stato il contenuto delle slide. È il tempo che serve perché qualcosa smetta di essere una nozione e diventi un riflesso, e nessuno ha mai sviluppato un riflesso in quarantotto ore.

Approfondiamolo insieme →

Logo Flow4Leader Program su sfondo di colline toscane al tramonto, con linee di circuito luminose sovrapposte
Flow4Leader Program: dodici mesi, non due giorni.

PERCHÉ UN GRUPPO DA 10-12 PERSONE E NON UN'AULA DA 50

Un'aula da 50 persone è perfetta per trasmettere informazioni, e perfettamente inutile per cambiare un comportamento. In mezzo a 49 sconosciuti nessuno si espone davvero: si prendono appunti, si annuisce alle slide giuste, si applaude alla fine. Poi si torna alla scrivania esattamente come prima, con in più un badge da mettere sul curriculum.

Il Flow4Leader Program lavora con gruppi da 10-12 manager. Abbastanza piccoli perché ognuno prenda decisioni reali durante le simulazioni, sbagli, venga visto sbagliare, e ne parli apertamente invece di sparire nel fondo dell'aula. Abbastanza grandi da creare una pressione sociale sana: se il collega accanto si mette in gioco, diventa più difficile restare a guardare con le braccia conserte.

Non è comodità logistica. È la differenza tra un corso che si guarda da fuori e un percorso in cui sei dentro, con nome e cognome, davanti a persone che ricorderanno cosa hai detto nella simulazione della settimana scorsa.

L'idea centrale

Un manager convinto di delegare bene
scopre, giocando, di intervenire ogni volta che qualcosa rallenta.

LE QUATTRO TAPPE CHE FANNO LA DIFFERENZA

Il Flow4Leader Program si muove su quattro fasi, e l'ordine non è casuale.

Si parte dalla consapevolezza, con FLIGBY: prima di lavorare su qualcosa, bisogna vedere con chiarezza dove sta davvero il manager, non dove pensa di stare. La simulazione misura le decisioni prese sotto pressione, non le intenzioni dichiarate in un questionario.

La seconda fase è Friday Night at the ER: se FLIGBY guarda a come decidi da solo, qui il focus si sposta su come decidi dentro un sistema che non controlli del tutto, tra reparti, priorità diverse e risorse limitate. Non è un argomento nuovo, è la seconda metà della stessa domanda.

Da queste due fasi emerge cosa serve davvero, e lì entra la terza: gli approfondimenti tematici. Workshop mirati su quello che è emerso, non un programma standard uguale per tutti: comunicazione nonviolenta, gestione del feedback, delega, intelligenza emotiva, gestione del conflitto. A seconda del tema cambia anche il metodo, dalla realtà virtuale al Lego® Serious Play®, fino a contenuti costruiti con l'AI Augmented Leadership. Non è un catalogo da cui pescare tutto: è mirato a colmare esattamente il vuoto emerso nelle prime due fasi.

L'ultima fase è il consolidamento, quella che un corso di due giorni non può nemmeno provare ad affrontare. Qui entra il coaching, individuale e collettivo: si torna sul comportamento nei mesi successivi, sulla riunione difficile della settimana scorsa, non su un caso studio generico proiettato su uno schermo. È il momento in cui un buon proposito da fine corso diventa un'abitudine che sopravvive anche a un trimestre andato storto.

LA VERA DOMANDA SUL BUDGET

La domanda giusta, quando valuti il Flow4Leader Program, non è quanto costano dodici mesi. È quanto ti è costato, negli ultimi anni, ripetere corsi brevi che sembravano funzionare all'ultima slide e sono evaporati entro l'estate, moltiplicato per quante volte lo hai già fatto.

A un certo punto, il weekend di allenamento prima della maratona smette di sembrare un'opzione ragionevole.

Quanti altri corsi da due giorni sei disposto a ripetere prima di ammettere che il problema non erano i tuoi manager, ma la durata di quello che gli hai fatto fare?

Il prossimo passo

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IL FLOW PER LA FELICITA' E IL SUCCESSO

LA LEADERSHIP NELLA VITA E NEL LAVORO.


IL LIBRO DI STEFANO SELVINI

“Si legge in un soffio: è un romanzo, ma è anche una guida assistita al lavoro per arrivare a padroneggiarlo.”

“Questo romanzo unisce la teoria alla pratica, invitandoci a rispondere a una questione di fondo: quando il lavoro vale la pena di essere vissuto?”

“Pagina dopo pagina familiarizzerete – passo al voi, avendole già lette in anteprima – con Marco Riva, il protagonista, rispecchiandovi nella sua costante ricerca di felicità. Perché tutti, nessuno escluso, cerchiamo la piena realizzazione.”

FILIPPO POLETTITop Voice Linkedin e influencer del benessere al lavoro

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FLOW4LEADER PROGRAM: PERCHÉ CI VOGLIONO 12 MESI PER CAMBIARE UN LEADER (E NON BASTA UN CORSO)

Nessuno si aspetta di correre una maratona dopo un weekend di allenamento intenso. Eppure continuiamo ad aspettarci che un manager cambi comportamento per sempre dopo due giorni d’aula, un buffet e un attestato di partecipazione.

Dodici mesi, quando lo diciamo a un HR director, è quasi sempre la prima obiezione: non si può accorciare a tre o quattro?

Il Flow4Leader Program dura così tanto apposta.

La risposta breve è no. Se hai già mandato un manager a un corso di due giorni, tornato carico il lunedì e uguale a prima entro fine mese, probabilmente lo sospetti anche tu. Il problema non è mai stato il contenuto delle slide. È il tempo che serve perché qualcosa smetta di essere una nozione e diventi un riflesso, e nessuno ha mai sviluppato un riflesso in quarantotto ore.


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SVILUPPO INDIVIDUALE O PENSIERO SISTEMICO? LA DOMANDA CHE FA PERDERE TEMPO E BUDGET

Quante volte hai dovuto scegliere tra un corso sulla leadership individuale e un percorso sul cambiamento organizzativo, convinto che rispondessero a due esigenze diverse? Il catalogo formativo medio è costruito proprio così: da una parte le soft skill del singolo, dall’altra i processi e la cultura aziendale. Come se il primo non dipendesse quasi mai dal secondo.

Non dipende quasi mai da uno solo dei due. Ed è lo stesso errore di cui parlavamo la settimana scorsa: formare il leader senza toccare il sistema intorno a lui, o il contrario.


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LA TUA AZIENDA VERSA OGNI MESE DEI SOLDI PER LA FORMAZIONE.

Fai una prova. Apri il cedolino paga di novembre e cerca la voce “contributi fondi interprofessionali”. C’è, anche se probabilmente non l’hai mai notata — nessuno la nota, è sepolta tra decine di altre righe che nessun HR legge davvero.

Ogni mese, insieme agli stipendi, la tua azienda versa lo 0,30% del monte salari all’INPS.

Non è una tassa. È un salvadanaio.

Solo che l’80% delle PMI italiane non lo apre mai. E quei soldi, silenziosamente, ogni anno tornano allo Stato — come se non fossero mai stati versati.


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TORNI DALLE VACANZE PIÙ STANCO DI QUANDO SEI PARTITO? IL PROBLEMA NON SONO I GIORNI DI FERIE.

Metà agosto. Foto in spiaggia, aperitivo al tramonto, quel libro che porti in valigia da tre anni e non apri mai. Poi il 25 agosto succede la cosa strana: sei tornato, sei abbronzato, e sei comunque cotto come una bistecca lasciata troppo sulla griglia.

Se ti è già successo, buone notizie: non sei pigro, non sei “poco resiliente”, non hai sbagliato meta. Hai solo applicato al riposo lo stesso errore che applichiamo al lavoro: pensare che basti il tempo. Non basta il tempo. Serve l’energia giusta, gestita nel modo giusto. E qui la faccenda si fa interessante, perché è la stessa identica lezione che dovremmo portarci in ufficio undici mesi l’anno.


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IL BURNOUT NON ARRIVA ALL’IMPROVVISO. SI COSTRUISCE OGNI GIORNO.

C’è una cosa che quasi tutti i manager e i responsabili HR hanno in comune, indipendentemente dal settore e dalla dimensione dell’azienda.

Quando descrivono il periodo più difficile della loro carriera, o la perdita di un talento chiave, usano le stesse parole:

“Non me ne ero accorto.”

“Pensavo di reggere.”

“A un certo punto il sistema è semplicemente collassato.”

Il burnout è una delle patologie più subdole del mondo del lavoro moderno. Non arriva con un segnale preciso, si accumula in silenzio, settimana dopo settimana. E quando esplode, il conto è sempre molto più alto di quello che si poteva immaginare.


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SVILUPPO INDIVIDUALE O PENSIERO SISTEMICO? LA DOMANDA CHE FA PERDERE TEMPO E BUDGET






Anteprima corpo articolo, sviluppo individuale o pensiero sistemico


Articolo del blog

SVILUPPO INDIVIDUALE O PENSIERO SISTEMICO?
LA DOMANDA CHE FA PERDERE TEMPO E BUDGET

Quante volte hai dovuto scegliere tra un corso sulla leadership individuale e un percorso sul cambiamento organizzativo, convinto che rispondessero a due esigenze diverse? Il catalogo formativo medio è costruito proprio così: da una parte le soft skill del singolo, dall'altra i processi e la cultura aziendale. Come se il primo non dipendesse quasi mai dal secondo.

Non dipende quasi mai da uno solo dei due. Ed è lo stesso errore di cui parlavamo la settimana scorsa: formare il leader senza toccare il sistema intorno a lui, o il contrario.

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DUE METODI, UN SOLO PROBLEMA

FLIGBY nasce dal lavoro di Mihaly Csikszentmihalyi, lo psicologo che ha teorizzato il concetto di flow: quello stato in cui una persona è così assorbita in quello che fa da rendere al massimo, senza sforzo percepito. È una simulazione, non una lezione: il manager gioca, prende decisioni, gestisce un team virtuale che reagisce a ogni sua scelta, e il gioco misura come le prende. Non c'è una slide con "i 5 tratti del buon leader". C'è un lunedì mattina virtuale che va storto se sbagli, esattamente come quello vero. Dimensione individuale. Riguarda come tu guidi, decidi, coinvolgi.

Friday Night at the ER parte da tutt'altra parte: dal system thinking di Peter Senge. Qui il manager non è più da solo. È dentro un pronto soccorso simulato, con altri reparti, altre priorità, altre persone che tirano la coperta dalla loro parte. Il gruppo si logora a decidere chi curare prima, litiga sulle risorse, scopre che la scelta "giusta" per il proprio reparto peggiora quello del collega. Non è un teambuilding leggero. È lo stesso tipo di attrito che si vive ogni lunedì mattina in ufficio, solo che qui nessuno rischia la carriera per ammetterlo. Dimensione sistemica.

Messi vicini, sembrano due prodotti diversi per due pubblici diversi. Messi in sequenza, sono la stessa domanda fatta due volte: sai decidere bene, da solo e dentro un sistema che non controlli del tutto?

L'idea centrale

Sai decidere bene, da solo
e dentro un sistema che non controlli del tutto?

Ufficio open space con reparti diversi, Risorse Umane, Marketing e Comunicazione, Amministrazione, collegati da flussi di dati colorati che rappresentano condivisione file, videochiamate e flusso di lavoro condiviso
Flow individuale e pensiero sistemico non sono due reparti separati. Sono la stessa rete.

IL LEADER E IL SISTEMA NON SI FORMANO SEPARATAMENTE

Il motivo per cui teniamo insieme queste due cose, e per cui oggi è quello che ci rende gli unici in Italia a lavorare così, è semplice: un leader che sa decidere bene da solo ma non legge il sistema in cui è immerso finisce per ottimizzare la propria parte e peggiorare il resto. Un'azienda che lavora solo sui processi, senza toccare chi quei processi li deve interpretare ogni giorno, ottiene solo un organigramma più bello.

Non è un caso che il manager di cui parlavamo la settimana scorsa, quello tornato dal corso pieno di entusiasmo e rimasto bloccato dopo tre settimane, avesse in realtà bisogno di entrambe le cose. Non di più formazione. Di formazione che lo guardasse da entrambi gli angoli, non di un secondo corso identico al primo.

È questo, in pratica, quello che intendiamo quando diciamo che la leadership individuale e il pensiero sistemico non si formano separatamente: non è uno slogan da homepage, è la sequenza con cui lavoriamo davvero, FLIGBY prima e Friday Night at the ER dopo, o viceversa a seconda di cosa serve di più in quel momento specifico.

Non a caso anche il sito che stai leggendo è cambiato di recente: non è un lifting grafico, è la stessa chiarezza applicata anche alla forma.

LA DOMANDA DA FARSI PRIMA DI SCEGLIERE

Se stai valutando un percorso di formazione per i tuoi manager, la domanda utile non è "meglio individuale o sistemico". Difficilmente riuscirai a scegliere solo uno dei due senza lasciare scoperto l'altro fianco.

La domanda è: quale dei due stiamo trascurando in questo momento, e da quanto tempo? Un leader bravissimo a decidere da solo, ma che ogni riunione trasversale finisce in scontro, ha un problema sistemico, non individuale. Un'azienda che ha appena riscritto tutti i processi, ma con gli stessi manager di prima a gestirli con gli stessi riflessi di prima, ha il problema opposto.


Vuoi scoprire come costruire nel 2027 un percorso capace di tenere insieme pensiero individuale e pensiero sistemico?

Non perderti la nostra prossima newsletter: stiamo per raccontarti qualcosa di nuovo. 👀

E se la curiosità è già scattata… fissa una call con noi e ti daremo uno spoiler.

IL FLOW PER LA FELICITA' E IL SUCCESSO

LA LEADERSHIP NELLA VITA E NEL LAVORO.


IL LIBRO DI STEFANO SELVINI

“Si legge in un soffio: è un romanzo, ma è anche una guida assistita al lavoro per arrivare a padroneggiarlo.”

“Questo romanzo unisce la teoria alla pratica, invitandoci a rispondere a una questione di fondo: quando il lavoro vale la pena di essere vissuto?”

“Pagina dopo pagina familiarizzerete – passo al voi, avendole già lette in anteprima – con Marco Riva, il protagonista, rispecchiandovi nella sua costante ricerca di felicità. Perché tutti, nessuno escluso, cerchiamo la piena realizzazione.”

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FLOW4LEADER PROGRAM: PERCHÉ CI VOGLIONO 12 MESI PER CAMBIARE UN LEADER (E NON BASTA UN CORSO)

Nessuno si aspetta di correre una maratona dopo un weekend di allenamento intenso. Eppure continuiamo ad aspettarci che un manager cambi comportamento per sempre dopo due giorni d’aula, un buffet e un attestato di partecipazione.

Dodici mesi, quando lo diciamo a un HR director, è quasi sempre la prima obiezione: non si può accorciare a tre o quattro?

Il Flow4Leader Program dura così tanto apposta.

La risposta breve è no. Se hai già mandato un manager a un corso di due giorni, tornato carico il lunedì e uguale a prima entro fine mese, probabilmente lo sospetti anche tu. Il problema non è mai stato il contenuto delle slide. È il tempo che serve perché qualcosa smetta di essere una nozione e diventi un riflesso, e nessuno ha mai sviluppato un riflesso in quarantotto ore.


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SVILUPPO INDIVIDUALE O PENSIERO SISTEMICO? LA DOMANDA CHE FA PERDERE TEMPO E BUDGET

Quante volte hai dovuto scegliere tra un corso sulla leadership individuale e un percorso sul cambiamento organizzativo, convinto che rispondessero a due esigenze diverse? Il catalogo formativo medio è costruito proprio così: da una parte le soft skill del singolo, dall’altra i processi e la cultura aziendale. Come se il primo non dipendesse quasi mai dal secondo.

Non dipende quasi mai da uno solo dei due. Ed è lo stesso errore di cui parlavamo la settimana scorsa: formare il leader senza toccare il sistema intorno a lui, o il contrario.


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LA TUA AZIENDA VERSA OGNI MESE DEI SOLDI PER LA FORMAZIONE.

Fai una prova. Apri il cedolino paga di novembre e cerca la voce “contributi fondi interprofessionali”. C’è, anche se probabilmente non l’hai mai notata — nessuno la nota, è sepolta tra decine di altre righe che nessun HR legge davvero.

Ogni mese, insieme agli stipendi, la tua azienda versa lo 0,30% del monte salari all’INPS.

Non è una tassa. È un salvadanaio.

Solo che l’80% delle PMI italiane non lo apre mai. E quei soldi, silenziosamente, ogni anno tornano allo Stato — come se non fossero mai stati versati.


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TORNI DALLE VACANZE PIÙ STANCO DI QUANDO SEI PARTITO? IL PROBLEMA NON SONO I GIORNI DI FERIE.

Metà agosto. Foto in spiaggia, aperitivo al tramonto, quel libro che porti in valigia da tre anni e non apri mai. Poi il 25 agosto succede la cosa strana: sei tornato, sei abbronzato, e sei comunque cotto come una bistecca lasciata troppo sulla griglia.

Se ti è già successo, buone notizie: non sei pigro, non sei “poco resiliente”, non hai sbagliato meta. Hai solo applicato al riposo lo stesso errore che applichiamo al lavoro: pensare che basti il tempo. Non basta il tempo. Serve l’energia giusta, gestita nel modo giusto. E qui la faccenda si fa interessante, perché è la stessa identica lezione che dovremmo portarci in ufficio undici mesi l’anno.


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IL BURNOUT NON ARRIVA ALL’IMPROVVISO. SI COSTRUISCE OGNI GIORNO.

C’è una cosa che quasi tutti i manager e i responsabili HR hanno in comune, indipendentemente dal settore e dalla dimensione dell’azienda.

Quando descrivono il periodo più difficile della loro carriera, o la perdita di un talento chiave, usano le stesse parole:

“Non me ne ero accorto.”

“Pensavo di reggere.”

“A un certo punto il sistema è semplicemente collassato.”

Il burnout è una delle patologie più subdole del mondo del lavoro moderno. Non arriva con un segnale preciso, si accumula in silenzio, settimana dopo settimana. E quando esplode, il conto è sempre molto più alto di quello che si poteva immaginare.


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FORMI IL LEADER O SISTEMI L’AZIENDA?

ARTICOLO DEL BLOG:






Anteprima corpo articolo, versione finale


Articolo del blog

FORMI IL LEADER O SISTEMI L'AZIENDA?
IL FALSO BIVIO CHE STA COSTANDO CARO

Immagina la scena. Martina è stata promossa da poco. L'azienda ha investito su di lei: due giorni di corso di leadership, slide colorate, un test di personalità che le ha detto che è una "guida ispirazionale". Esce dall'aula carica.

Il lunedì dopo torna in ufficio. Nel giro di due ore è di nuovo dentro la riunione delle 9 con il collega del marketing che non risponde alle mail da tre settimane, gli stessi processi che si bloccano tra un ufficio e l'altro, la stessa cultura che premia chi difende il proprio orticello invece di chi collabora.

Un mese dopo, di quel corso resta poco. Non perché Martina non abbia imparato niente. Perché nessuno ha toccato il sistema in cui doveva applicarlo.

Approfondiamolo insieme →

IL LEADER PERFETTO IN UN'AZIENDA ROTTA

C'è un equivoco che vediamo ripetersi da anni, parlando con HR director di aziende anche molto strutturate: si tratta la formazione manageriale come una questione puramente individuale. Migliori le competenze della persona, comunicazione, delega, gestione del feedback, e ci si aspetta che il resto si sistemi da solo.

Non funziona così. Un leader più bravo, calato in un sistema che continua a premiare i silos, a bloccare le decisioni tra un piano e l'altro, a far girare le informazioni con tre passaggi in più del necessario, non diventa più efficace. Diventa più frustrato. Sa perfettamente cosa dovrebbe fare e non riesce a farlo comunque, perché la sua nuova capacità di delegare si scontra con un flusso di approvazioni che richiede ancora quattro firme per comprare una risma di carta.

L'idea centrale

Non è un problema di talento.
È un problema di contesto.

PERCHÉ LA FORMAZIONE NON REGGE AL RIENTRO IN UFFICIO

Il punto è che le aziende, quando devono investire, tendono a scegliere: o lavorano sul singolo, coaching, corsi soft skill, assessment individuali, oppure lavorano sull'organizzazione, riorganizzazioni, nuovi processi, cambi di reporting line. Raramente le due cose insieme, sulle stesse persone, nello stesso momento.

Il risultato è prevedibile, anche se raramente viene misurato come tale. Chi ha lavorato solo sul leader torna in un contesto che lo disinnesca in poche settimane. Chi ha lavorato solo sul sistema si ritrova gli stessi manager di prima a gestire i nuovi processi, con gli stessi riflessi di prima. In entrambi i casi, qualcuno in azienda si stupisce che "non abbia funzionato", senza chiedersi se il problema fosse proprio nell'aver trattato le due cose come alternative.

Non lo sono mai state. Sono due metà dello stesso intervento, e separarle è un po' come insegnare a qualcuno a nuotare bene e poi rimetterlo in una piscina senza acqua.

Rete globale di connessioni sopra il pianeta vista dallo spazio, come metafora del sistema che collega ogni decisione manageriale
Un leader non lavora mai su un nodo isolato. Lavora sempre dentro una rete.

IL CONTO ARRIVA COMUNQUE

La domanda che quasi nessuno si fa prima di firmare un budget formazione è: stiamo lavorando sulla persona, sul sistema, o su nessuno dei due sul serio?

Perché il conto arriva comunque, anche quando non lo chiami così. Si chiama turnover dei manager migliori, che se ne vanno non perché non sappiano fare il loro lavoro ma perché sono stanchi di farlo bene in un contesto che continua a remargli contro. Si chiama tempo perso in riunioni nate solo per compensare processi che non comunicano tra loro. Si chiama, più banalmente, un budget formazione che l'anno prossimo qualcuno in CDA chiederà di giustificare, perché nei risultati non si è visto.

La domanda giusta non è quanto costa formare un leader capace di leggere anche il sistema intorno a sé. È quanto costa continuare a formarne uno alla volta, sperando che il resto si sistemi da solo.

Il prossimo passo

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IL FLOW PER LA FELICITA' E IL SUCCESSO

LA LEADERSHIP NELLA VITA E NEL LAVORO.


IL LIBRO DI STEFANO SELVINI

“Si legge in un soffio: è un romanzo, ma è anche una guida assistita al lavoro per arrivare a padroneggiarlo.”

“Questo romanzo unisce la teoria alla pratica, invitandoci a rispondere a una questione di fondo: quando il lavoro vale la pena di essere vissuto?”

“Pagina dopo pagina familiarizzerete – passo al voi, avendole già lette in anteprima – con Marco Riva, il protagonista, rispecchiandovi nella sua costante ricerca di felicità. Perché tutti, nessuno escluso, cerchiamo la piena realizzazione.”

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FLOW4LEADER PROGRAM: PERCHÉ CI VOGLIONO 12 MESI PER CAMBIARE UN LEADER (E NON BASTA UN CORSO)

Nessuno si aspetta di correre una maratona dopo un weekend di allenamento intenso. Eppure continuiamo ad aspettarci che un manager cambi comportamento per sempre dopo due giorni d’aula, un buffet e un attestato di partecipazione.

Dodici mesi, quando lo diciamo a un HR director, è quasi sempre la prima obiezione: non si può accorciare a tre o quattro?

Il Flow4Leader Program dura così tanto apposta.

La risposta breve è no. Se hai già mandato un manager a un corso di due giorni, tornato carico il lunedì e uguale a prima entro fine mese, probabilmente lo sospetti anche tu. Il problema non è mai stato il contenuto delle slide. È il tempo che serve perché qualcosa smetta di essere una nozione e diventi un riflesso, e nessuno ha mai sviluppato un riflesso in quarantotto ore.


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SVILUPPO INDIVIDUALE O PENSIERO SISTEMICO? LA DOMANDA CHE FA PERDERE TEMPO E BUDGET

Quante volte hai dovuto scegliere tra un corso sulla leadership individuale e un percorso sul cambiamento organizzativo, convinto che rispondessero a due esigenze diverse? Il catalogo formativo medio è costruito proprio così: da una parte le soft skill del singolo, dall’altra i processi e la cultura aziendale. Come se il primo non dipendesse quasi mai dal secondo.

Non dipende quasi mai da uno solo dei due. Ed è lo stesso errore di cui parlavamo la settimana scorsa: formare il leader senza toccare il sistema intorno a lui, o il contrario.


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LA TUA AZIENDA VERSA OGNI MESE DEI SOLDI PER LA FORMAZIONE.

Fai una prova. Apri il cedolino paga di novembre e cerca la voce “contributi fondi interprofessionali”. C’è, anche se probabilmente non l’hai mai notata — nessuno la nota, è sepolta tra decine di altre righe che nessun HR legge davvero.

Ogni mese, insieme agli stipendi, la tua azienda versa lo 0,30% del monte salari all’INPS.

Non è una tassa. È un salvadanaio.

Solo che l’80% delle PMI italiane non lo apre mai. E quei soldi, silenziosamente, ogni anno tornano allo Stato — come se non fossero mai stati versati.


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TORNI DALLE VACANZE PIÙ STANCO DI QUANDO SEI PARTITO? IL PROBLEMA NON SONO I GIORNI DI FERIE.

Metà agosto. Foto in spiaggia, aperitivo al tramonto, quel libro che porti in valigia da tre anni e non apri mai. Poi il 25 agosto succede la cosa strana: sei tornato, sei abbronzato, e sei comunque cotto come una bistecca lasciata troppo sulla griglia.

Se ti è già successo, buone notizie: non sei pigro, non sei “poco resiliente”, non hai sbagliato meta. Hai solo applicato al riposo lo stesso errore che applichiamo al lavoro: pensare che basti il tempo. Non basta il tempo. Serve l’energia giusta, gestita nel modo giusto. E qui la faccenda si fa interessante, perché è la stessa identica lezione che dovremmo portarci in ufficio undici mesi l’anno.


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IL BURNOUT NON ARRIVA ALL’IMPROVVISO. SI COSTRUISCE OGNI GIORNO.

C’è una cosa che quasi tutti i manager e i responsabili HR hanno in comune, indipendentemente dal settore e dalla dimensione dell’azienda.

Quando descrivono il periodo più difficile della loro carriera, o la perdita di un talento chiave, usano le stesse parole:

“Non me ne ero accorto.”

“Pensavo di reggere.”

“A un certo punto il sistema è semplicemente collassato.”

Il burnout è una delle patologie più subdole del mondo del lavoro moderno. Non arriva con un segnale preciso, si accumula in silenzio, settimana dopo settimana. E quando esplode, il conto è sempre molto più alto di quello che si poteva immaginare.


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LA TUA AZIENDA VERSA OGNI MESE DEI SOLDI PER LA FORMAZIONE.

ARTICOLO DEL BLOG:

LA TUA AZIENDA VERSA OGNI MESE
DEI SOLDI PER LA FORMAZIONE

Ma li sta usando?

 

Ogni mese, insieme agli stipendi, la tua azienda versa lo 0,30% del monte salari all’INPS.

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IL SALVADANAIO CHE NESSUNO VA A ROMPERE

Quei soldi finiscono nei fondi paritetici interprofessionali — Fondimpresa, Fondirigenti, Fondo Nuove Competenze, e altri venti circa. Sono lì, accumulati, con il tuo nome sopra.

Se non li usi entro i termini, tornano allo Stato. Per sempre.

Nel frattempo, in molte aziende succede questa scena: l’HR chiede budget per un percorso di leadership, il CFO storce il naso, si rimanda tutto all’anno prossimo. E i soldi che avrebbero potuto pagarlo erano già lì, fermi, in attesa di essere reclamati.

Non è mancanza di budget. È budget che nessuno è andato a prendere.

IL DOPPIO PAGAMENTO CHE QUASI NESSUNO NOTA

Ecco la parte che fa più male: molte aziende, quando finalmente decidono di investire in formazione, pagano tutto di tasca propria. Di nuovo.

Prima pagano attraverso i contributi obbligatori. Poi pagano di nuovo, dal budget HR, per lo stesso tipo di percorso che i fondi avrebbero già coperto.

Due volte la stessa spesa. Una gratis, una no. E la maggior parte sceglie senza saperlo quella non gratis.

LA FORMAZIONE CHE I FONDI FINANZIANO DAVVERO (E CHE VALE LA PENA FARE)

Qui però bisogna essere onesti: non tutti i corsi rientrano tra le attività finanziabili. I fondi non pagano un webinar generico su “come motivare i collaboratori”. Pagano formazione strutturata, misurabile, riconosciuta come innovativa.

Ed è qui che FLIGBY e Friday Night at the ER diventano rilevanti — non perché “vanno di moda”, ma perché rientrano esattamente nella categoria di formazione esperienziale che i fondi riconoscono come prioritaria.

FLIGBY nasce dal lavoro di Mihaly Csikszentmihalyi, lo psicologo che ha teorizzato il flow. Misura — con una simulazione, non con un questionario — come un manager decide sotto pressione, quanto ingaggia il team, dove perde energia.

Friday Night at the ER si basa sul pensiero sistemico di Peter Senge. Mette i manager di reparti diversi nella stessa “sala operatoria” simulata e li obbliga a scoprire, in tempo reale, cosa succede quando ognuno ottimizza solo il proprio pezzo.

Uno lavora sull’individuo. L’altro sul sistema. Insieme coprono esattamente le due cose che, da sole, non bastano mai: un buon manager in un’azienda con i silos, o un sistema ben progettato con manager impreparati.

UN NUMERO PER CAPIRSI

Un’azienda lombarda con 90 dipendenti, aderente a Fondimpresa e Fondirigenti, ha costruito un piano formativo che integrava FLIGBY, Friday Night at the ER, comunicazione, work-life balance e coaching individuale per i dirigenti.

Risultato: oltre 90.000 euro di contributo recuperato in un solo ciclo.

Non incentivi marginali. Un intero programma di sviluppo manageriale, a costo quasi zero per l’azienda.

LA VERA DOMANDA

La domanda non è “possiamo permetterci un percorso di leadership strutturato”.

La vera domanda è: quanti di quei soldi, versati ogni mese senza pensarci, stiamo lasciando che tornino allo Stato?

Fissa una call gratuita con il nostro team. In 30 minuti scopriamo a quale fondo aderisce già la tua azienda, quanto hai accumulato e quale percorso — FLIGBY, Friday Night at the ER, o entrambi — puoi finanziare senza toccare il budget HR.


Ti sei perso il webinar “Tutto quello che devi sapere sui fondi per ottimizzare il tuo budget formativo?

Nessun problema!

🎥 La registrazione è disponibile.

Durante il webinar abbiamo mostrato come individuare e attivare i fondi interprofessionali per finanziare la formazione aziendale — risorse che ogni azienda già paga, ma che quasi nessuna sfrutta.

👉 Guarda ora la registrazione e approfitta dell’offerta in corso.

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Abbiamo una buona notizia.

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Durante il webinar abbiamo esplorato come ottimizzare le proprie prestazioni utilizzando il modello S.F.E.R.A., lavorando sui fattori chiave che influenzano la qualità della performance.

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Se il Modello SFERA ti incuriosisce e desideri metterlo davvero in pratica, questo è il momento giusto per accedere alla FPE – Flow Performance Evolution a un prezzo speciale per tutto il mese di marzo, un’opportunità concreta per sviluppare performance più efficaci, consapevoli e sostenibili.

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IL FLOW PER LA FELICITA' E IL SUCCESSO

LA LEADERSHIP NELLA VITA E NEL LAVORO.


IL LIBRO DI STEFANO SELVINI

“Si legge in un soffio: è un romanzo, ma è anche una guida assistita al lavoro per arrivare a padroneggiarlo.”

“Questo romanzo unisce la teoria alla pratica, invitandoci a rispondere a una questione di fondo: quando il lavoro vale la pena di essere vissuto?”

“Pagina dopo pagina familiarizzerete – passo al voi, avendole già lette in anteprima – con Marco Riva, il protagonista, rispecchiandovi nella sua costante ricerca di felicità. Perché tutti, nessuno escluso, cerchiamo la piena realizzazione.”

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ARTICOLI DEL BLOG


FLOW4LEADER PROGRAM: PERCHÉ CI VOGLIONO 12 MESI PER CAMBIARE UN LEADER (E NON BASTA UN CORSO)

Nessuno si aspetta di correre una maratona dopo un weekend di allenamento intenso. Eppure continuiamo ad aspettarci che un manager cambi comportamento per sempre dopo due giorni d’aula, un buffet e un attestato di partecipazione.

Dodici mesi, quando lo diciamo a un HR director, è quasi sempre la prima obiezione: non si può accorciare a tre o quattro?

Il Flow4Leader Program dura così tanto apposta.

La risposta breve è no. Se hai già mandato un manager a un corso di due giorni, tornato carico il lunedì e uguale a prima entro fine mese, probabilmente lo sospetti anche tu. Il problema non è mai stato il contenuto delle slide. È il tempo che serve perché qualcosa smetta di essere una nozione e diventi un riflesso, e nessuno ha mai sviluppato un riflesso in quarantotto ore.


Leggi l'articolo »


SVILUPPO INDIVIDUALE O PENSIERO SISTEMICO? LA DOMANDA CHE FA PERDERE TEMPO E BUDGET

Quante volte hai dovuto scegliere tra un corso sulla leadership individuale e un percorso sul cambiamento organizzativo, convinto che rispondessero a due esigenze diverse? Il catalogo formativo medio è costruito proprio così: da una parte le soft skill del singolo, dall’altra i processi e la cultura aziendale. Come se il primo non dipendesse quasi mai dal secondo.

Non dipende quasi mai da uno solo dei due. Ed è lo stesso errore di cui parlavamo la settimana scorsa: formare il leader senza toccare il sistema intorno a lui, o il contrario.


Leggi l'articolo »


LA TUA AZIENDA VERSA OGNI MESE DEI SOLDI PER LA FORMAZIONE.

Fai una prova. Apri il cedolino paga di novembre e cerca la voce “contributi fondi interprofessionali”. C’è, anche se probabilmente non l’hai mai notata — nessuno la nota, è sepolta tra decine di altre righe che nessun HR legge davvero.

Ogni mese, insieme agli stipendi, la tua azienda versa lo 0,30% del monte salari all’INPS.

Non è una tassa. È un salvadanaio.

Solo che l’80% delle PMI italiane non lo apre mai. E quei soldi, silenziosamente, ogni anno tornano allo Stato — come se non fossero mai stati versati.


Leggi l'articolo »


TORNI DALLE VACANZE PIÙ STANCO DI QUANDO SEI PARTITO? IL PROBLEMA NON SONO I GIORNI DI FERIE.

Metà agosto. Foto in spiaggia, aperitivo al tramonto, quel libro che porti in valigia da tre anni e non apri mai. Poi il 25 agosto succede la cosa strana: sei tornato, sei abbronzato, e sei comunque cotto come una bistecca lasciata troppo sulla griglia.

Se ti è già successo, buone notizie: non sei pigro, non sei “poco resiliente”, non hai sbagliato meta. Hai solo applicato al riposo lo stesso errore che applichiamo al lavoro: pensare che basti il tempo. Non basta il tempo. Serve l’energia giusta, gestita nel modo giusto. E qui la faccenda si fa interessante, perché è la stessa identica lezione che dovremmo portarci in ufficio undici mesi l’anno.


Leggi l'articolo »


IL BURNOUT NON ARRIVA ALL’IMPROVVISO. SI COSTRUISCE OGNI GIORNO.

C’è una cosa che quasi tutti i manager e i responsabili HR hanno in comune, indipendentemente dal settore e dalla dimensione dell’azienda.

Quando descrivono il periodo più difficile della loro carriera, o la perdita di un talento chiave, usano le stesse parole:

“Non me ne ero accorto.”

“Pensavo di reggere.”

“A un certo punto il sistema è semplicemente collassato.”

Il burnout è una delle patologie più subdole del mondo del lavoro moderno. Non arriva con un segnale preciso, si accumula in silenzio, settimana dopo settimana. E quando esplode, il conto è sempre molto più alto di quello che si poteva immaginare.


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TORNI DALLE VACANZE PIÙ STANCO DI QUANDO SEI PARTITO? IL PROBLEMA NON SONO I GIORNI DI FERIE.

ARTICOLO DEL BLOG:

TORNI DALLE VACANZE PIU' STANCO DI PRIMA?
IL PROBLEMA NON SONO I GIORNI DI FERIE

È come li spegni. E come li riaccendi.

Metà agosto. Foto in spiaggia, aperitivo al tramonto, quel libro che porti in valigia da tre anni e non apri mai. Poi il 25 agosto succede la cosa strana: sei tornato, sei abbronzato, e sei comunque cotto come una bistecca lasciata troppo sulla griglia.

Se ti è già successo, buone notizie: non sei pigro, non sei “poco resiliente”, non hai sbagliato meta. Hai solo applicato al riposo lo stesso errore che applichiamo al lavoro: pensare che basti il tempo.

Non basta il tempo. Serve l’energia giusta, gestita nel modo giusto. E qui la faccenda si fa interessante, perché è la stessa identica lezione che dovremmo portarci in ufficio undici mesi l’anno.

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LE VACANZE NON SONO UN INTERRUTTORE

Il modello mentale più diffuso è questo: lavoro = ON, vacanza = OFF. Come un interruttore della luce. Peccato che il cervello umano non funzioni a interruttore, funziona a manopola. E se per undici mesi la manopola resta al massimo, due settimane non bastano a riportarla a zero — bastano giusto a farti notare quanto era alta.

Il vero recupero energetico non è “smettere di lavorare”. È cambiare tipo di attivazione. Un manager che passa da riunioni no-stop a un aereo, un check-in, tre gruppi WhatsApp di famiglia e l’ansia di non perdere il volo, non si è “riposato”: ha solo cambiato stress. Poi torna e si stupisce di essere ancora scarico.

LA PAUSA NON È UN BUCO NEL CALENDARIO

In azienda la pausa viene trattata come il tempo che resta quando hai finito tutto il resto — cioè mai. È l’ultima variabile, quella che si sacrifica per prima quando c’è una scadenza. Provocazione: e se la pausa non fosse un costo ma un investimento con ritorno misurabile? Un team che stacca davvero rende meglio nelle sei settimane successive di uno che “non ha mai tempo per fermarsi”. Non è new age, è semplice fisiologia della performance: senza fase di recupero, la curva della prestazione non sale, crolla.

Le aziende che prendono sul serio il benessere non regalano buoni sconto in palestra a Natale. Ridisegnano il ritmo di lavoro: alternano fasi di spinta a fasi di recupero reale, dentro l’anno, non solo ad agosto.

QUI ENTRA IN GIOCO IL FLOW

Attenzione a un equivoco comune: flow non vuol dire “stare tranquilli”. Il concetto, teorizzato dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi, descrive lo stato in cui una persona è completamente assorbita in un’attività che la sfida quanto basta — non troppo facile, non troppo difficile — al punto da perdere la cognizione del tempo. È lo stato in cui un chirurgo, un musicista o un manager danno il meglio di sé, e allo stesso tempo si sentono energizzati invece che svuotati.

Il flow è un modello a sé, distinto dal semplice “staccare la spina”: puoi essere in flow leggendo un libro difficile in spiaggia tanto quanto guidando un progetto complesso in ufficio. Il punto non è l’assenza di sforzo, è l’allineamento tra sfida e competenza. Ed è proprio questo allineamento — non il numero di giorni di ferie — a determinare quanta energia ti resta in tasca alla fine della giornata, o dell’anno.

Un manager che non conosce mai il flow — né al lavoro né fuori — non ha un problema di vacanze. Ha un problema di progettazione della propria energia, tutto l’anno.

C’È UNA NOVITÀ SUL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE

La domanda giusta non è “quanti giorni di ferie servono per recuperare”. La vera domanda è: che cultura energetica sta vivendo il tuo team tutto l’anno — e cosa succederebbe se, invece di aspettare agosto, si imparasse a gestirla ogni settimana?

Perché il problema non finisce col rientro. Si ripresenta ogni sera, alle 19, quando il telefono vibra e qualcuno risponde comunque — non perché costretto, ma perché ha imparato che chi stacca viene percepito come meno affidabile. La Legge 34/2026 ha appena rafforzato il diritto alla disconnessione, ma anche lì la norma da sola non basta: ne parliamo in questo articolo.

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“Questo romanzo unisce la teoria alla pratica, invitandoci a rispondere a una questione di fondo: quando il lavoro vale la pena di essere vissuto?”

“Pagina dopo pagina familiarizzerete – passo al voi, avendole già lette in anteprima – con Marco Riva, il protagonista, rispecchiandovi nella sua costante ricerca di felicità. Perché tutti, nessuno escluso, cerchiamo la piena realizzazione.”

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FLOW4LEADER PROGRAM: PERCHÉ CI VOGLIONO 12 MESI PER CAMBIARE UN LEADER (E NON BASTA UN CORSO)

Nessuno si aspetta di correre una maratona dopo un weekend di allenamento intenso. Eppure continuiamo ad aspettarci che un manager cambi comportamento per sempre dopo due giorni d’aula, un buffet e un attestato di partecipazione.

Dodici mesi, quando lo diciamo a un HR director, è quasi sempre la prima obiezione: non si può accorciare a tre o quattro?

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La risposta breve è no. Se hai già mandato un manager a un corso di due giorni, tornato carico il lunedì e uguale a prima entro fine mese, probabilmente lo sospetti anche tu. Il problema non è mai stato il contenuto delle slide. È il tempo che serve perché qualcosa smetta di essere una nozione e diventi un riflesso, e nessuno ha mai sviluppato un riflesso in quarantotto ore.


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Non dipende quasi mai da uno solo dei due. Ed è lo stesso errore di cui parlavamo la settimana scorsa: formare il leader senza toccare il sistema intorno a lui, o il contrario.


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Ogni mese, insieme agli stipendi, la tua azienda versa lo 0,30% del monte salari all’INPS.

Non è una tassa. È un salvadanaio.

Solo che l’80% delle PMI italiane non lo apre mai. E quei soldi, silenziosamente, ogni anno tornano allo Stato — come se non fossero mai stati versati.


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Metà agosto. Foto in spiaggia, aperitivo al tramonto, quel libro che porti in valigia da tre anni e non apri mai. Poi il 25 agosto succede la cosa strana: sei tornato, sei abbronzato, e sei comunque cotto come una bistecca lasciata troppo sulla griglia.

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