Pubblicati da Sara Cascio

IL FALSO MITO DELL’EQUILIBRIO: PERCHÉ IL WORK-LIFE BALANCE NON È DIVIDERE IL TEMPO

ARTICOLO DEL BLOG:

IL FALSO MITO DELL’EQUILIBRIO:
PERCHÉ IL WORK-LIFE BALANCE NON È DIVIDERE IL TEMPO

Il vero equilibrio è dinamico, personale — e si costruisce a partire dall’energia, non dal tempo.

Se cerchiamo su Google “work-life balance”, spesso compare l’immagine di una bilancia perfettamente equilibrata: da una parte il lavoro, dall’altra la vita privata. Tutto in perfetto 50/50.

Peccato che nella vita reale questa immagine funzioni più o meno come la dieta perfetta del lunedì: bellissima sulla carta, quasi impossibile da mantenere.

Molte persone inseguono l’equilibrio pensando che significhi dividere il tempo in modo matematico:
8 ore di lavoro,
8 ore di vita privata,
8 ore di sonno.

Un modello ordinato, pulito… e decisamente un po’ vintage.

La realtà è che il nostro modo di lavorare – e di vivere – è cambiato. E con lui deve cambiare anche il modo in cui pensiamo all’equilibrio.

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L’EQUILIBRIO NON È STATICO

L’idea della divisione perfetta nasce da un concetto di equilibrio statico: come se la vita fosse una bilancia che deve restare immobile.

Ma la vita vera somiglia molto di più a… una danza.

Ci sono momenti di grande intensità lavorativa: un progetto che parte, una scadenza importante, un periodo creativo in cui le idee arrivano a raffica.
E poi ci sono momenti di recupero, pausa, rallentamento.

Pensiamo agli sportivi: nessun atleta cerca di allenarsi sempre allo stesso ritmo. Alternano carico e recupero.
Lo stesso vale per imprenditori, creativi, ricercatori: spesso lavorano per picchi di energia e poi hanno bisogno di spazi di ricarica.

Questo è ciò che possiamo chiamare equilibrio dinamico.

Non è una divisione perfetta del tempo.
È una regolazione continua delle energie.

QUANDO LAVORO E VITA SMETTONO DI COMPETERE

Qui entra in gioco un concetto molto potente: il flow.

Il flow è quello stato in cui siamo completamente immersi in quello che stiamo facendo. Il tempo sembra passare diversamente, la concentrazione è alta, l’attività è impegnativa ma gestibile.

In quei momenti non stiamo pensando:
“Questo è lavoro o vita privata?”

Stiamo semplicemente facendo qualcosa che ci coinvolge profondamente.

Ed è qui che succede qualcosa di interessante: lavoro e vita smettono di essere due avversari che tirano la coperta da parti opposte.

Diventano parti diverse di un’unica esperienza di vita.

Il vero benessere non nasce tanto dal numero di ore dedicate a ciascun ambito, ma dalla qualità delle esperienze che viviamo.

IL PROBLEMA NON È IL TEMPO. È L’ENERGIA.

Ci sono attività che ci lasciano scarichi anche se durano poco.
E altre che, pur richiedendo impegno, ci lasciano paradossalmente più carichi di prima.

Quando iniziamo a osservare la nostra settimana da questo punto di vista, succede qualcosa di interessante: scopriamo che l’equilibrio non dipende solo da quanto lavoriamo, ma anche da come lavoriamo e da cosa facciamo fuori dal lavoro.

UN PICCOLO ESERCIZIO DI CONSAPEVOLEZZA

Se vuoi iniziare a osservare il tuo equilibrio in modo diverso, prova questo esercizio molto semplice.

Durante la prossima settimana annota due cose:

1️⃣ Tre attività che ti danno energia
Possono essere lavorative oppure no: una riunione stimolante, un momento di concentrazione profonda, una passeggiata, una conversazione interessante.

2️⃣ Tre attività che ti drenano energia
Anche qui possono essere di qualsiasi tipo: una riunione inutile, un’attività ripetitiva, una giornata piena di interruzioni.

Questo piccolo esercizio spesso fa emergere una cosa importante:
il vero equilibrio non nasce dal cronometro.

Nasce dalla consapevolezza di cosa ci nutre e cosa ci svuota.

Ed è da lì che possiamo iniziare a progettare settimane più sostenibili.

NE PARLEREMO NELLE PILLLE DI FLOW

Il tema del bilanciamento tra vita e lavoro è molto più complesso – e interessante – di quanto sembri.

Per questo il 24 marzo dalle 18 alle 19 dedicheremo una nuova sessione delle Pillole di Flow proprio a questo argomento.

Parleremo di:

  • perché il work-life balance spesso non funziona come immaginiamo

  • come riconoscere i momenti di flow nel lavoro

  • come gestire energia, ritmo e recupero nella vita quotidiana

Se ti interessa capire come creare un equilibrio più realistico e sostenibile, ti aspettiamo.

👉 Iscriviti alle Pillole di Flow del 24 marzo e vieni a esplorare con noi un modo diverso di guardare al rapporto tra lavoro e vita.


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IL FLOW PER LA FELICITA' E IL SUCCESSO

LA LEADERSHIP NELLA VITA E NEL LAVORO.


IL LIBRO DI STEFANO SELVINI

“Si legge in un soffio: è un romanzo, ma è anche una guida assistita al lavoro per arrivare a padroneggiarlo.”

“Questo romanzo unisce la teoria alla pratica, invitandoci a rispondere a una questione di fondo: quando il lavoro vale la pena di essere vissuto?”

“Pagina dopo pagina familiarizzerete – passo al voi, avendole già lette in anteprima – con Marco Riva, il protagonista, rispecchiandovi nella sua costante ricerca di felicità. Perché tutti, nessuno escluso, cerchiamo la piena realizzazione.”

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Se cerchiamo su Google “work-life balance”, spesso compare l’immagine di una bilancia perfettamente equilibrata: da una parte il lavoro, dall’altra la vita privata. Tutto in perfetto 50/50.

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8 ore di sonno.

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La realtà è che il nostro modo di lavorare – e di vivere – è cambiato. E con lui deve cambiare anche il modo in cui pensiamo all’equilibrio.


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FRANCESCA LOLLOBRIGIDA: VINCERE SENZA RINUNCIARE A SE STESSI

Quando pensiamo a una campionessa olimpica, immaginiamo ghiaccio, allenamenti estenuanti, cronometri e podi.

Ma dietro ogni medaglia c’è una persona.

E la storia di Francesca Lollobrigida ci ricorda qualcosa di fondamentale: si può essere atlete professioniste senza smettere di essere donne, madri, persone con una vita piena fuori dalla pista.


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FLOW E OLIMPIADI: FRANZONI E LA FORMULA DELLA VITTORIA

Ci sono momenti in cui la performance smette di essere solo tecnica, allenamento, preparazione… e diventa qualcosa di più.

Qualcosa che ti attraversa.
Qualcosa che ti tiene lì, completamente immerso, senza fatica apparente.

È quello che ha descritto Giovanni Franzoni dopo le Olimpiadi, in un post che racconta in modo potente cosa significa vivere uno stato di flow.

Scrive:

“Lo stato di flow è una condizione psicologica che caratterizza le migliori performance; rappresenta un’esperienza ottimale in cui corpo e mente si fondono, consentendo al soggetto di compiere un’attività senza percepire lo sforzo ad essa associato.”

E già qui potremmo fermarci.
Perché dentro questa frase c’è l’essenza della performance eccellente.


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FEDERICA BRIGNONE: QUANDO NON TORNI COME PRIMA. TORNI MEGLIO.

Ci sono momenti in cui tutto si ferma.
Un infortunio. Un errore. Una caduta improvvisa.

E lì si misura la differenza tra chi aspetta di “tornare come prima”… e chi sceglie di diventare qualcosa di diverso.

La storia recente di Federica Brignone, capace di conquistare due ori dopo un brutto infortunio, non è solo una storia sportiva. È una lezione potente su cosa significa trasformare una frattura in un punto di forza.


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FALLA N. 5: LA DIPENDENZA DAL LEADER

Questa è l’ultima falla.
Ed è anche la più sottile. E la più pericolosa.

Perché spesso non si manifesta all’inizio, ma arriva dopo: dopo le falle decisionali, di responsabilità, di coordinamento e di confronto. È il punto in cui tutto ciò che è stato compensato, ma non davvero risolto, si raccoglie in un’unica dinamica: la dipendenza dal leader.

Se il tuo team funziona solo quando sei presente, disponibile, attento, significa che – senza volerlo – sei diventato il punto di tenuta del sistema.

All’inizio può sembrare un segnale positivo:
“Sei indispensabile.”
“Con te tutto fila liscio.”
“Quando ci sei tu, le cose vanno.”

Ed è vero. Funziona.
Ma funziona solo finché tu ci sei.


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FALLA N. 4: LA MANCANZA DI CONFRONTO NEL TEAM

Se stai leggendo questa parte, probabilmente stai annuendo. Perché nel tuo team le persone parlano. Le riunioni scorrono lisce, i toni sono civili, le decisioni vengono approvate. Tutto sembra funzionare.
Eppure qualcosa non torna.

Lo senti dopo.
Quando l’esecuzione rallenta.
Quando emergono obiezioni che “stranamente” nessuno aveva sollevato prima.
Quando scopri che qualcuno non era davvero allineato, ma non lo ha detto.

Questa non è una semplice difficoltà di comunicazione.
È mancanza di confronto nel team.
Ed è molto più diffusa di quanto si pensi.


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FRANCESCA LOLLOBRIGIDA: VINCERE SENZA RINUNCIARE A SE STESSI

ARTICOLO DEL BLOG:

FRANCESCA LOLLOBRIGIDA:
VINCERE SENZA RINUNCIARE A SE STESSI

La forza di Francesca nasce dall’equilibrio tra ghiaccio e vita

Quando pensiamo a una campionessa olimpica, immaginiamo ghiaccio, allenamenti estenuanti, cronometri e podi.

Ma dietro ogni medaglia c’è una persona.

E la storia di Francesca Lollobrigida ci ricorda qualcosa di fondamentale: si può essere atlete professioniste senza smettere di essere donne, madri, persone con una vita piena fuori dalla pista.

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NON È SOLO QUESTIONE DI GHIACCIO

Francesca Lollobrigida è una delle protagoniste del pattinaggio di velocità italiano, più volte sul podio internazionale e olimpico. La disciplina che pratica richiede disciplina ferrea, concentrazione, programmazione millimetrica.

Allenamenti quotidiani.
Trasferte.
Pressione.
Aspettative.

Il rischio, in carriere così totalizzanti, è che l’identità si riduca a un unico ruolo: l’atleta.

E invece no.

L’ENERGIA CHE NON ARRIVA DALL’ALLENAMENTO

Nella sua vita c’è anche il ruolo di mamma.

Ed è qui che il tema si fa interessante.

Spesso pensiamo al work-life balance come a una divisione: da una parte il lavoro, dall’altra la vita privata. Due compartimenti stagni da gestire con equilibrio matematico.

Ma nel caso di Lollobrigida, più che di bilanciamento, si può parlare di contaminazione positiva.

L’energia che nasce dalla relazione con il figlio non è “tempo sottratto” allo sport. È carburante emotivo.
È motivazione profonda.
È radicamento.

Chi lavora nello sport ad alto livello sa che la prestazione non è solo fisica. È mentale, emotiva, identitaria.

Avere un centro affettivo solido può diventare una riserva di stabilità nei momenti di pressione.

PASSIONE E IDENTITÀ: NON UNA O L’ALTRA, MA ENTRAMBE

C’è un messaggio potente nella sua storia: non dobbiamo scegliere tra ambizione professionale e dimensione personale.

La vera forza non è sacrificare tutto per un’unica area.
È integrare.

Una madre che gareggia ad altissimi livelli rompe uno stereotipo ancora molto presente: quello secondo cui la maternità rallenta, indebolisce, limita.

In realtà può amplificare.

Perché ridefinisce le priorità.
Perché rende il tempo più prezioso.
Perché insegna una gestione dell’energia ancora più consapevole.

IL LAVORO NON È TUTTO, MA NEMMENO LA VITA È “ALTRO”

Nel mondo aziendale, il tema è identico.

Quante persone pensano che per crescere debbano “mettere in pausa” tutto il resto?
Quante donne sentono il conflitto tra carriera e maternità?
Quanti professionisti vivono la casa come un’interferenza invece che come una fonte di ricarica?

L’esempio di Lollobrigida suggerisce una prospettiva diversa:
non si tratta di dividere, ma di nutrire.

La passione professionale può convivere con l’amore familiare.
E, a volte, è proprio l’equilibrio affettivo a rendere possibile la performance.

LA LEZIONE SUL GHIACCIO (E NON SOLO)

Il ghiaccio richiede equilibrio perfetto.
Un millimetro fuori asse e si perde velocità.

Forse la metafora è tutta qui.

L’equilibrio non è immobilità.
È movimento controllato.
È capacità di adattarsi senza perdere direzione.

Essere atlete, madri, professioniste, partner, persone appassionate non è un gioco a somma zero.

È un sistema integrato di energie.

E la storia di Francesca Lollobrigida ce lo ricorda con una chiarezza cristallina:
la forza non nasce solo dall’allenamento.
Nasce anche da casa.

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Ti sei mai chiesto se un gioco può davvero lavorare sulle soft skills… e addirittura misurarle?
Non parliamo di quiz o giochini motivazionali, ma di esperienze strutturate che mettono le persone nelle condizioni di agire, prendere decisioni, gestire emozioni, priorità, relazioni.

Se ti incuriosisce capire come funziona, quali soft skills entrano in gioco e cosa si può osservare (e misurare) mentre le persone giocano, allora sei nel posto giusto.

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Se cerchiamo su Google “work-life balance”, spesso compare l’immagine di una bilancia perfettamente equilibrata: da una parte il lavoro, dall’altra la vita privata. Tutto in perfetto 50/50.

Peccato che nella vita reale questa immagine funzioni più o meno come la dieta perfetta del lunedì: bellissima sulla carta, quasi impossibile da mantenere.

Molte persone inseguono l’equilibrio pensando che significhi dividere il tempo in modo matematico:
8 ore di lavoro,
8 ore di vita privata,
8 ore di sonno.

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Quando pensiamo a una campionessa olimpica, immaginiamo ghiaccio, allenamenti estenuanti, cronometri e podi.

Ma dietro ogni medaglia c’è una persona.

E la storia di Francesca Lollobrigida ci ricorda qualcosa di fondamentale: si può essere atlete professioniste senza smettere di essere donne, madri, persone con una vita piena fuori dalla pista.


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FLOW E OLIMPIADI: FRANZONI E LA FORMULA DELLA VITTORIA

Ci sono momenti in cui la performance smette di essere solo tecnica, allenamento, preparazione… e diventa qualcosa di più.

Qualcosa che ti attraversa.
Qualcosa che ti tiene lì, completamente immerso, senza fatica apparente.

È quello che ha descritto Giovanni Franzoni dopo le Olimpiadi, in un post che racconta in modo potente cosa significa vivere uno stato di flow.

Scrive:

“Lo stato di flow è una condizione psicologica che caratterizza le migliori performance; rappresenta un’esperienza ottimale in cui corpo e mente si fondono, consentendo al soggetto di compiere un’attività senza percepire lo sforzo ad essa associato.”

E già qui potremmo fermarci.
Perché dentro questa frase c’è l’essenza della performance eccellente.


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FEDERICA BRIGNONE: QUANDO NON TORNI COME PRIMA. TORNI MEGLIO.

Ci sono momenti in cui tutto si ferma.
Un infortunio. Un errore. Una caduta improvvisa.

E lì si misura la differenza tra chi aspetta di “tornare come prima”… e chi sceglie di diventare qualcosa di diverso.

La storia recente di Federica Brignone, capace di conquistare due ori dopo un brutto infortunio, non è solo una storia sportiva. È una lezione potente su cosa significa trasformare una frattura in un punto di forza.


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FALLA N. 5: LA DIPENDENZA DAL LEADER

Questa è l’ultima falla.
Ed è anche la più sottile. E la più pericolosa.

Perché spesso non si manifesta all’inizio, ma arriva dopo: dopo le falle decisionali, di responsabilità, di coordinamento e di confronto. È il punto in cui tutto ciò che è stato compensato, ma non davvero risolto, si raccoglie in un’unica dinamica: la dipendenza dal leader.

Se il tuo team funziona solo quando sei presente, disponibile, attento, significa che – senza volerlo – sei diventato il punto di tenuta del sistema.

All’inizio può sembrare un segnale positivo:
“Sei indispensabile.”
“Con te tutto fila liscio.”
“Quando ci sei tu, le cose vanno.”

Ed è vero. Funziona.
Ma funziona solo finché tu ci sei.


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FALLA N. 4: LA MANCANZA DI CONFRONTO NEL TEAM

Se stai leggendo questa parte, probabilmente stai annuendo. Perché nel tuo team le persone parlano. Le riunioni scorrono lisce, i toni sono civili, le decisioni vengono approvate. Tutto sembra funzionare.
Eppure qualcosa non torna.

Lo senti dopo.
Quando l’esecuzione rallenta.
Quando emergono obiezioni che “stranamente” nessuno aveva sollevato prima.
Quando scopri che qualcuno non era davvero allineato, ma non lo ha detto.

Questa non è una semplice difficoltà di comunicazione.
È mancanza di confronto nel team.
Ed è molto più diffusa di quanto si pensi.


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FLOW E OLIMPIADI: FRANZONI E LA FORMULA DELLA VITTORIA

ARTICOLO DEL BLOG:

FLOW E OLIMPIADI:
FRANZONI E LA FORMULA DELLA VITTORIA

Quando il flow incontra il podio

Ci sono momenti in cui la performance smette di essere solo tecnica, allenamento, preparazione… e diventa qualcosa di più.

Qualcosa che ti attraversa.
Qualcosa che ti tiene lì, completamente immerso, senza fatica apparente.

È quello che ha descritto Giovanni Franzoni dopo le Olimpiadi, in un post che racconta in modo potente cosa significa vivere uno stato di flow.

Scrive:

“Lo stato di flow è una condizione psicologica che caratterizza le migliori performance; rappresenta un’esperienza ottimale in cui corpo e mente si fondono, consentendo al soggetto di compiere un’attività senza percepire lo sforzo ad essa associato.”

E già qui potremmo fermarci.
Perché dentro questa frase c’è l’essenza della performance eccellente.

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sfera

COSA SUCCEDE DAVVERO QUANDO SIAMO IN FLOW

Il concetto di flow è stato studiato e definito da Mihály Csíkszentmihályi, che lo descrive come uno stato di esperienza ottimale in cui:

  • -la concentrazione è totale

  • -l’obiettivo è chiaro

  • -il livello di sfida è alto ma gestibile

  • -la percezione del tempo si altera

  • -l’azione scorre senza attrito

Giovanni Franzoni lo racconta così:

“Durante questo processo, la concentrazione è incredibilmente intensa ed è per questa ragione che la persona tende a non avvertire lo scorrere del tempo né gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. La mente è immersa nell’azione e nel piacere che si prova nel suo svolgimento…”

Chi ha vissuto un vero stato di flow lo sa.
Non è solo “essere concentrati”.
È essere dentro.
Totalmente.
È quando fai e basta.
Senza rumore mentale.
Senza dubbio.
Senza distrazioni.

PERCHÉ IL FLOW È IL CUORE DELL’HIGH PERFORMANCE

C’è un passaggio del suo racconto che colpisce ancora di più:

“Forse per quello non ho quasi esultato all’arrivo della discesa olimpica perché non mi accorgevo di cosa stesse succedendo…”

Questo è il punto.

Quando sei in flow non stai pensando al risultato.
Non stai calcolando.
Non stai monitorando l’immagine.

Stai performando.

Ed è proprio questo che distingue una performance “normale” da una high performance:

  • Nella performance normale gestisci.

  • Nell’high performance fluisci.

Il flow non elimina la fatica fisica.
Non elimina la pressione.
Ma sospende l’attrito mentale.

E quando l’attrito mentale si abbassa, la performance si alza.

IL DOPO FLOW: QUANDO L’ADRENALINA SCENDE

Il racconto di Giovanni Franzoni continua:

“Ora che è finito il momento più intenso di gare mi è scesa tutta la tensione e l’adrenalina… sono esploso… lacrime di stanchezza ma soprattutto di felicità.”

Questo è un aspetto di cui si parla poco.

Il flow è uno stato ad altissima attivazione integrata.
Quando termina, il corpo e la mente tornano a sentire tutto:

  • la stanchezza

  • la tensione accumulata

  • le emozioni rimandate

Ed è normale.
Anzi, è fisiologico.

Perché il flow non è uno stato permanente.
È una condizione che si crea quando alcune variabili si allineano.

IL FLOW NON È MAGIA. SI PUÒ ALLENARE

Se il flow è il cuore dell’high performance nello sport, cosa succede nel lavoro?

Quante persone stanno lavorando al massimo del loro potenziale…
e quante stanno semplicemente gestendo?

Quante performance sono “corrette”…
e quante sono realmente eccellenti?

Dietro ogni risultato straordinario c’è quasi sempre uno stato interno ben regolato.
Il flow non è un lusso per atleti olimpici.
È una competenza da allenare.

Noi lo facciamo tutti i giorni con le aziende: aiutiamo team e singoli a trovare quegli equilibri di concentrazione, sfida e motivazione che rendono possibile entrare in flow anche nelle attività più complesse.
Il risultato? Performance più intense, coinvolgimento reale e soddisfazione nel lavoro, senza dover affidarsi alla magia.

DIETRO LE QUINTE DELLA PERFORMANCE

Se questo tema ti incuriosisce, l’11 marzo dalle 12.30 alle 13.15 parleremo proprio di questo durante:

Pillole di Gamification
🎯 DIETRO LE QUINTE DELLA PERFORMANCE

Analizzeremo:

  • cosa differenzia una performance normale da una high performance

  • come si crea lo stato di flow

  • come potenziare le performance in modo concreto e quotidiano

Sarà un momento concreto, applicabile e – come sempre – leggero ma profondo.

Perché il flow non è fortuna.
È progettazione consapevole della performance.

Non perdere questa occasione, iscriviti!


Ti sei mai chiesto se un gioco può davvero lavorare sulle soft skills… e addirittura misurarle?
Non parliamo di quiz o giochini motivazionali, ma di esperienze strutturate che mettono le persone nelle condizioni di agire, prendere decisioni, gestire emozioni, priorità, relazioni.

Se ti incuriosisce capire come funziona, quali soft skills entrano in gioco e cosa si può osservare (e misurare) mentre le persone giocano, allora sei nel posto giusto.

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8 ore di lavoro,
8 ore di vita privata,
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Ma dietro ogni medaglia c’è una persona.

E la storia di Francesca Lollobrigida ci ricorda qualcosa di fondamentale: si può essere atlete professioniste senza smettere di essere donne, madri, persone con una vita piena fuori dalla pista.


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FLOW E OLIMPIADI: FRANZONI E LA FORMULA DELLA VITTORIA

Ci sono momenti in cui la performance smette di essere solo tecnica, allenamento, preparazione… e diventa qualcosa di più.

Qualcosa che ti attraversa.
Qualcosa che ti tiene lì, completamente immerso, senza fatica apparente.

È quello che ha descritto Giovanni Franzoni dopo le Olimpiadi, in un post che racconta in modo potente cosa significa vivere uno stato di flow.

Scrive:

“Lo stato di flow è una condizione psicologica che caratterizza le migliori performance; rappresenta un’esperienza ottimale in cui corpo e mente si fondono, consentendo al soggetto di compiere un’attività senza percepire lo sforzo ad essa associato.”

E già qui potremmo fermarci.
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FEDERICA BRIGNONE: QUANDO NON TORNI COME PRIMA. TORNI MEGLIO.

Ci sono momenti in cui tutto si ferma.
Un infortunio. Un errore. Una caduta improvvisa.

E lì si misura la differenza tra chi aspetta di “tornare come prima”… e chi sceglie di diventare qualcosa di diverso.

La storia recente di Federica Brignone, capace di conquistare due ori dopo un brutto infortunio, non è solo una storia sportiva. È una lezione potente su cosa significa trasformare una frattura in un punto di forza.


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FALLA N. 5: LA DIPENDENZA DAL LEADER

Questa è l’ultima falla.
Ed è anche la più sottile. E la più pericolosa.

Perché spesso non si manifesta all’inizio, ma arriva dopo: dopo le falle decisionali, di responsabilità, di coordinamento e di confronto. È il punto in cui tutto ciò che è stato compensato, ma non davvero risolto, si raccoglie in un’unica dinamica: la dipendenza dal leader.

Se il tuo team funziona solo quando sei presente, disponibile, attento, significa che – senza volerlo – sei diventato il punto di tenuta del sistema.

All’inizio può sembrare un segnale positivo:
“Sei indispensabile.”
“Con te tutto fila liscio.”
“Quando ci sei tu, le cose vanno.”

Ed è vero. Funziona.
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FALLA N. 4: LA MANCANZA DI CONFRONTO NEL TEAM

Se stai leggendo questa parte, probabilmente stai annuendo. Perché nel tuo team le persone parlano. Le riunioni scorrono lisce, i toni sono civili, le decisioni vengono approvate. Tutto sembra funzionare.
Eppure qualcosa non torna.

Lo senti dopo.
Quando l’esecuzione rallenta.
Quando emergono obiezioni che “stranamente” nessuno aveva sollevato prima.
Quando scopri che qualcuno non era davvero allineato, ma non lo ha detto.

Questa non è una semplice difficoltà di comunicazione.
È mancanza di confronto nel team.
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FEDERICA BRIGNONE: QUANDO NON TORNI COME PRIMA. TORNI MEGLIO.

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FEDERICA BRIGNONE:
QUANDO NON TORNI COME PRIMA. TORNI MEGLIO.

Dall’infortunio all’oro: cosa succede davvero nella mente di chi torna più forte

Ci sono momenti in cui tutto si ferma.
Un infortunio. Un errore. Una caduta improvvisa.

E lì si misura la differenza tra chi aspetta di “tornare come prima”… e chi sceglie di diventare qualcosa di diverso.

La storia recente di Federica Brignone, capace di conquistare due ori dopo un brutto infortunio, non è solo una storia sportiva. È una lezione potente su cosa significa trasformare una frattura in un punto di forza.

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NON È RESILIENZA. È ANTIFRAGILITÀ.

La resilienza ti riporta al punto di partenza.
L’antifragilità ti migliora grazie alla frattura.

Un infortunio serio mette in discussione tutto: corpo, fiducia, identità.
Non è solo una questione fisica. È una questione mentale.

Quando il corpo si ferma, iniziano le interferenze:

  • “E se non tornassi più come prima?”

  • “E se gli altri fossero andati avanti?”

  • “E se fosse stato il mio momento migliore… e basta?”

L’antifragilità nasce quando smetti di combattere contro la caduta e inizi a chiederti:
Come posso usare questo momento per crescere?

Federica Brignone non ha lavorato per recuperare semplicemente la forma.
Ha lavorato per elevare il suo livello.

FLOW: QUANDO LE INTERFERENZE RESTANO FUORI DALLA PISTA

Lo stato di flow non è magia.
È presenza totale. È attenzione pulita. È silenzio mentale.

Dopo un infortunio, la mente può diventare rumorosa: paura di farsi male, timore di forzare, ricordo del dolore. Ogni pensiero è un micro-freno.

Essere in flow significa lasciare fuori pista:

  • -il passato

  • -le aspettative

  • -il giudizio

  • -il confronto

Significa tornare al gesto, alla curva, alla traiettoria.
Solo quello che serve. Nient’altro.

E questo vale anche fuori dalla neve.

Quante volte, in azienda, entriamo in una riunione con il rumore delle nostre convinzioni?
Con il peso di un errore precedente?
Con l’idea che “non sono più brillante come una volta”?

Il flow non elimina la complessità.
Elimina l’interferenza.

IL POTENZIALE NON È QUELLO CHE ERI. È QUELLO CHE PUOI DIVENTARE.

Uno dei rischi più grandi dopo una battuta d’arresto è voler tornare identici a prima.

Ma il punto non è tornare.
È evolvere.

Un infortunio obbliga a rivedere:

  • -preparazione

  • -tecnica

  • -gestione dell’energia

  • -dialogo interno

Spesso ciò che emerge è una versione più consapevole, più strategica, più centrata.

La vera domanda non è:
“Riuscirò a tornare ai miei livelli?”

La vera domanda è:
“Quale parte di me non ho ancora espresso?”

DIETRO LE MEDAGLIE: IL LAVORO MENTALE

Le medaglie sono il risultato visibile.
Il lavoro invisibile è ciò che fa la differenza.

Disciplina mentale.
Allenamento dell’attenzione.
Gestione delle emozioni.
Costruzione di fiducia giorno dopo giorno.

Accanto a Federica Brignone lavora da anni Giuseppe Vercelli, psicologo dello sport e preparatore mentale, ideatore del Modello SFERA.

Un approccio che non si limita a “motivare”, ma lavora in profondità su ciò che davvero incide sulla performance: la qualità della presenza, la gestione delle interferenze, la capacità di rimanere centrati quando la pressione aumenta.

Ed è proprio di questo che parleremo l’11 marzo, dalle 12.30 alle 13.15.

Non una lezione teorica.
Non una raccolta di frasi ispirazionali.

Ma una pillola di gamification pensata per farti sperimentare cosa significa allenare la mente in modo concreto.

Un piccolo spoiler: chi sarà presente riceverà anche un bonus dedicato.

Se ti incuriosisce capire cosa succede davvero dietro una performance capace di trasformare un infortunio in due ori…iscriviti subito!


Ti sei mai chiesto se un gioco può davvero lavorare sulle soft skills… e addirittura misurarle?
Non parliamo di quiz o giochini motivazionali, ma di esperienze strutturate che mettono le persone nelle condizioni di agire, prendere decisioni, gestire emozioni, priorità, relazioni.

Se ti incuriosisce capire come funziona, quali soft skills entrano in gioco e cosa si può osservare (e misurare) mentre le persone giocano, allora sei nel posto giusto.

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IL FLOW PER LA FELICITA' E IL SUCCESSO

LA LEADERSHIP NELLA VITA E NEL LAVORO.


IL LIBRO DI STEFANO SELVINI

“Si legge in un soffio: è un romanzo, ma è anche una guida assistita al lavoro per arrivare a padroneggiarlo.”

“Questo romanzo unisce la teoria alla pratica, invitandoci a rispondere a una questione di fondo: quando il lavoro vale la pena di essere vissuto?”

“Pagina dopo pagina familiarizzerete – passo al voi, avendole già lette in anteprima – con Marco Riva, il protagonista, rispecchiandovi nella sua costante ricerca di felicità. Perché tutti, nessuno escluso, cerchiamo la piena realizzazione.”

FILIPPO POLETTITop Voice Linkedin e influencer del benessere al lavoro

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ARTICOLI DEL BLOG


IL FALSO MITO DELL’EQUILIBRIO: PERCHÉ IL WORK-LIFE BALANCE NON È DIVIDERE IL TEMPO

Se cerchiamo su Google “work-life balance”, spesso compare l’immagine di una bilancia perfettamente equilibrata: da una parte il lavoro, dall’altra la vita privata. Tutto in perfetto 50/50.

Peccato che nella vita reale questa immagine funzioni più o meno come la dieta perfetta del lunedì: bellissima sulla carta, quasi impossibile da mantenere.

Molte persone inseguono l’equilibrio pensando che significhi dividere il tempo in modo matematico:
8 ore di lavoro,
8 ore di vita privata,
8 ore di sonno.

Un modello ordinato, pulito… e decisamente un po’ vintage.

La realtà è che il nostro modo di lavorare – e di vivere – è cambiato. E con lui deve cambiare anche il modo in cui pensiamo all’equilibrio.


Leggi l'articolo »


FRANCESCA LOLLOBRIGIDA: VINCERE SENZA RINUNCIARE A SE STESSI

Quando pensiamo a una campionessa olimpica, immaginiamo ghiaccio, allenamenti estenuanti, cronometri e podi.

Ma dietro ogni medaglia c’è una persona.

E la storia di Francesca Lollobrigida ci ricorda qualcosa di fondamentale: si può essere atlete professioniste senza smettere di essere donne, madri, persone con una vita piena fuori dalla pista.


Leggi l'articolo »


FLOW E OLIMPIADI: FRANZONI E LA FORMULA DELLA VITTORIA

Ci sono momenti in cui la performance smette di essere solo tecnica, allenamento, preparazione… e diventa qualcosa di più.

Qualcosa che ti attraversa.
Qualcosa che ti tiene lì, completamente immerso, senza fatica apparente.

È quello che ha descritto Giovanni Franzoni dopo le Olimpiadi, in un post che racconta in modo potente cosa significa vivere uno stato di flow.

Scrive:

“Lo stato di flow è una condizione psicologica che caratterizza le migliori performance; rappresenta un’esperienza ottimale in cui corpo e mente si fondono, consentendo al soggetto di compiere un’attività senza percepire lo sforzo ad essa associato.”

E già qui potremmo fermarci.
Perché dentro questa frase c’è l’essenza della performance eccellente.


Leggi l'articolo »


FEDERICA BRIGNONE: QUANDO NON TORNI COME PRIMA. TORNI MEGLIO.

Ci sono momenti in cui tutto si ferma.
Un infortunio. Un errore. Una caduta improvvisa.

E lì si misura la differenza tra chi aspetta di “tornare come prima”… e chi sceglie di diventare qualcosa di diverso.

La storia recente di Federica Brignone, capace di conquistare due ori dopo un brutto infortunio, non è solo una storia sportiva. È una lezione potente su cosa significa trasformare una frattura in un punto di forza.


Leggi l'articolo »


FALLA N. 5: LA DIPENDENZA DAL LEADER

Questa è l’ultima falla.
Ed è anche la più sottile. E la più pericolosa.

Perché spesso non si manifesta all’inizio, ma arriva dopo: dopo le falle decisionali, di responsabilità, di coordinamento e di confronto. È il punto in cui tutto ciò che è stato compensato, ma non davvero risolto, si raccoglie in un’unica dinamica: la dipendenza dal leader.

Se il tuo team funziona solo quando sei presente, disponibile, attento, significa che – senza volerlo – sei diventato il punto di tenuta del sistema.

All’inizio può sembrare un segnale positivo:
“Sei indispensabile.”
“Con te tutto fila liscio.”
“Quando ci sei tu, le cose vanno.”

Ed è vero. Funziona.
Ma funziona solo finché tu ci sei.


Leggi l'articolo »


FALLA N. 4: LA MANCANZA DI CONFRONTO NEL TEAM

Se stai leggendo questa parte, probabilmente stai annuendo. Perché nel tuo team le persone parlano. Le riunioni scorrono lisce, i toni sono civili, le decisioni vengono approvate. Tutto sembra funzionare.
Eppure qualcosa non torna.

Lo senti dopo.
Quando l’esecuzione rallenta.
Quando emergono obiezioni che “stranamente” nessuno aveva sollevato prima.
Quando scopri che qualcuno non era davvero allineato, ma non lo ha detto.

Questa non è una semplice difficoltà di comunicazione.
È mancanza di confronto nel team.
Ed è molto più diffusa di quanto si pensi.


Leggi l'articolo »

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FALLA N. 5: LA DIPENDENZA DAL LEADER

ARTICOLO DEL BLOG:

FALLA N.5:
LA DIPENDENZA DAL LEADER

Quando il team funziona bene… finché ci sei tu

Questa è l’ultima falla.
Ed è anche la più sottile. E la più pericolosa.

Perché spesso non si manifesta all’inizio, ma arriva dopo: dopo le falle decisionali, di responsabilità, di coordinamento e di confronto. È il punto in cui tutto ciò che è stato compensato, ma non davvero risolto, si raccoglie in un’unica dinamica: la dipendenza dal leader.

Se il tuo team funziona solo quando sei presente, disponibile, attento, significa che – senza volerlo – sei diventato il punto di tenuta del sistema.

All’inizio può sembrare un segnale positivo:
“Sei indispensabile.”
“Con te tutto fila liscio.”
“Quando ci sei tu, le cose vanno.”

Ed è vero. Funziona.
Ma funziona solo finché tu ci sei.

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PERCHÉ LA DIPENDENZA DAL LEADER È COSÌ INSIDIOSA

La dipendenza non nasce da cattive intenzioni. Nasce da una dinamica naturale, spesso invisibile:

  1. Il team impara che il leader compensa le falle: prende decisioni, si assume responsabilità, coordina, gestisce i conflitti.

  2. Le persone si adattano: sanno che, nei momenti critici, qualcuno interverrà.

  3. Il sistema smette di allenare l’autonomia, perché la sua sopravvivenza è sempre stata garantita dall’esterno.

Il risultato è paradossale:
il team appare efficiente,
il leader è sempre più stanco,
il sistema è fragile.

Basta una tua assenza, un imprevisto, un cambio di ruolo… e tutto vacilla.
La dipendenza non si vede quando va tutto bene.
Si vede quando qualcosa manca.

LA RANA BOLLITA E LA DIPENDENZA

Torniamo alla metafora della rana.

Qui l’acqua non è bollente. È tiepida da molto tempo.
Il team si è abituato a un livello costante di “calore”: tu al centro.

Non si accorge più che potrebbe decidere di più da solo.
Non si accorge più che alcune responsabilità potrebbero spostarsi.
Non si accorge più che non tutto deve passare dal leader.

E tu?
Ti senti indispensabile. E in parte lo sei.
Questo può lusingare, ma ha un costo: l’energia che investi è altissima e il sistema non cresce.

La temperatura è stabile.
Il problema non è urgente.
Ma è lì. Silenzioso. Cronico. Pericoloso.

IL COSTO REALE DELLA DIPENDENZA

La dipendenza pesa su tutti, anche se raramente viene nominata.

Per il leader:

  • -sovraccarico continuo

  • -stress e difficoltà a delegare davvero

  • -impossibilità di staccare, pianificare, guardare il quadro generale

Per il team:

  • -scarsa capacità di affrontare problemi complessi in autonomia

  • -frustrazione quando deve decidere senza il leader

  • -rallentamenti mascherati da “funzionamento”

Per il sistema:

  • -fragilità strutturale

  • -dipendenza cronica da una singola persona

  • -rischio altissimo in caso di assenze o cambiamenti

La dipendenza dal leader non blocca subito i risultati.
Blocca la crescita.

IL FALSO RIMEDIO: DELEGARE SENZA ASSETTO

Molti leader, a questo punto, provano a “staccarsi” così:

  • spostano compiti

  • riducono il coinvolgimento

  • chiedono al team più responsabilità

Ma se il sistema non è pronto, il risultato è caos: confusione, frustrazione, blocchi decisionali.

La dipendenza non si rompe con una delega superficiale.
Si rompe quando:

  • il sistema impara a funzionare anche senza la tua presenza costante

  • il leader impara a lasciare spazio senza ansia

Non è una sottrazione. È una trasformazione.

LA DOMANDA CHE CAMBIA IL SISTEMA

Chiudere la falla di dipendenza significa porsi una domanda semplice, ma potentissima:

Quali processi, decisioni e responsabilità devono vivere anche quando io non ci sono?

Non tutte.
Non subito.
Ma alcune sì.

Ed è proprio lì che si libera energia: per il team e per il leader.

Quando questa domanda trova risposta, il team smette di guardare al leader come unico punto di tenuta.
E il leader smette di essere indispensabile per il funzionamento quotidiano.

L’INVITO AD AGIRE

Nelle scorse settimane abbiamo passato in rassegna cinque falle che bloccano anche i team più competenti:

  1. Falla decisionale – le scelte tornano sempre verso il leader.

  2. Falla di responsabilità diffusa – tutti coinvolti, nessuno responsabile.

  3. Falla di coordinamento – riunioni in aumento, avanzamento reale in calo.

  4. Falla di confronto – i problemi restano sottotraccia.

  5. Falla di dipendenza dal leader – il team funziona bene… finché il leader c’è.

Singolarmente sono perdite di energia.
Insieme creano un sistema che consuma il leader e limita il team.

Ed è qui che entra in gioco il flow: non come stato ideale, ma come principio operativo.
Un team in flow prende decisioni chiare, si assume responsabilità reali, si coordina senza forzature, si confronta in sicurezza e non dipende da una sola persona per funzionare.

Leggere queste dinamiche crea consapevolezza.
Ma non basta per chiudere le falle.

Serve un lavoro strutturato, esperienziale, concreto:
percorsi formativi in cui il team allena davvero autonomia, responsabilità, confronto e leadership diffusa.

Se senti che il tuo team funziona “solo perché ci sei tu”, è il momento di fare un passo in più.
Non per perdere controllo, ma per moltiplicare capacità, ridurre il tuo carico e costruire un sistema solido e sostenibile.

👉 Prenota una call con un nostro consulente: analizzeremo insieme dove la dipendenza è più attiva e quali percorsi formativi possono aiutarti a trasformarla in crescita reale.

Il cambiamento non avviene togliendoti.
Avviene costruendo un team che sa stare in piedi anche senza di te.


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  • Mercoledì 18 febbraio 2026
  • Dalle 18.00 alle 19.00

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IL FLOW PER LA FELICITA' E IL SUCCESSO

LA LEADERSHIP NELLA VITA E NEL LAVORO.


IL LIBRO DI STEFANO SELVINI

“Si legge in un soffio: è un romanzo, ma è anche una guida assistita al lavoro per arrivare a padroneggiarlo.”

“Questo romanzo unisce la teoria alla pratica, invitandoci a rispondere a una questione di fondo: quando il lavoro vale la pena di essere vissuto?”

“Pagina dopo pagina familiarizzerete – passo al voi, avendole già lette in anteprima – con Marco Riva, il protagonista, rispecchiandovi nella sua costante ricerca di felicità. Perché tutti, nessuno escluso, cerchiamo la piena realizzazione.”

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IL FALSO MITO DELL’EQUILIBRIO: PERCHÉ IL WORK-LIFE BALANCE NON È DIVIDERE IL TEMPO

Se cerchiamo su Google “work-life balance”, spesso compare l’immagine di una bilancia perfettamente equilibrata: da una parte il lavoro, dall’altra la vita privata. Tutto in perfetto 50/50.

Peccato che nella vita reale questa immagine funzioni più o meno come la dieta perfetta del lunedì: bellissima sulla carta, quasi impossibile da mantenere.

Molte persone inseguono l’equilibrio pensando che significhi dividere il tempo in modo matematico:
8 ore di lavoro,
8 ore di vita privata,
8 ore di sonno.

Un modello ordinato, pulito… e decisamente un po’ vintage.

La realtà è che il nostro modo di lavorare – e di vivere – è cambiato. E con lui deve cambiare anche il modo in cui pensiamo all’equilibrio.


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FRANCESCA LOLLOBRIGIDA: VINCERE SENZA RINUNCIARE A SE STESSI

Quando pensiamo a una campionessa olimpica, immaginiamo ghiaccio, allenamenti estenuanti, cronometri e podi.

Ma dietro ogni medaglia c’è una persona.

E la storia di Francesca Lollobrigida ci ricorda qualcosa di fondamentale: si può essere atlete professioniste senza smettere di essere donne, madri, persone con una vita piena fuori dalla pista.


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FLOW E OLIMPIADI: FRANZONI E LA FORMULA DELLA VITTORIA

Ci sono momenti in cui la performance smette di essere solo tecnica, allenamento, preparazione… e diventa qualcosa di più.

Qualcosa che ti attraversa.
Qualcosa che ti tiene lì, completamente immerso, senza fatica apparente.

È quello che ha descritto Giovanni Franzoni dopo le Olimpiadi, in un post che racconta in modo potente cosa significa vivere uno stato di flow.

Scrive:

“Lo stato di flow è una condizione psicologica che caratterizza le migliori performance; rappresenta un’esperienza ottimale in cui corpo e mente si fondono, consentendo al soggetto di compiere un’attività senza percepire lo sforzo ad essa associato.”

E già qui potremmo fermarci.
Perché dentro questa frase c’è l’essenza della performance eccellente.


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FEDERICA BRIGNONE: QUANDO NON TORNI COME PRIMA. TORNI MEGLIO.

Ci sono momenti in cui tutto si ferma.
Un infortunio. Un errore. Una caduta improvvisa.

E lì si misura la differenza tra chi aspetta di “tornare come prima”… e chi sceglie di diventare qualcosa di diverso.

La storia recente di Federica Brignone, capace di conquistare due ori dopo un brutto infortunio, non è solo una storia sportiva. È una lezione potente su cosa significa trasformare una frattura in un punto di forza.


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FALLA N. 5: LA DIPENDENZA DAL LEADER

Questa è l’ultima falla.
Ed è anche la più sottile. E la più pericolosa.

Perché spesso non si manifesta all’inizio, ma arriva dopo: dopo le falle decisionali, di responsabilità, di coordinamento e di confronto. È il punto in cui tutto ciò che è stato compensato, ma non davvero risolto, si raccoglie in un’unica dinamica: la dipendenza dal leader.

Se il tuo team funziona solo quando sei presente, disponibile, attento, significa che – senza volerlo – sei diventato il punto di tenuta del sistema.

All’inizio può sembrare un segnale positivo:
“Sei indispensabile.”
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“Quando ci sei tu, le cose vanno.”

Ed è vero. Funziona.
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Eppure qualcosa non torna.

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