ARTICOLO DEL BLOG:

NON IMPARIAMO PIÙ COME UNA VOLTA:
IL VERO OSTACOLO NON SEI TU

E il vero Skill Gap non è quello che immagini

Dire che “le persone non imparano più” è una scorciatoia che non racconta tutta la verità. Il problema non è la motivazione, né le capacità individuali: è il contesto che non è progettato per far emergere le competenze già presenti.

Anche professionisti brillanti, motivati ed esperti faticano ad apprendere qualcosa di nuovo, non perché non ne siano capaci, ma perché non hanno spazio mentale sufficiente.

È il grande paradosso dell’apprendimento negli adulti: pieni di possibilità, ma poveri di energie cognitive.

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PERCHÉ NON IMPARIAMO PIÙ COME UNA VOLTA

Il nostro cervello non è cambiato negli ultimi vent’anni, ma il mondo attorno a noi sì, e profondamente.

Oggi siamo immersi in un flusso continuo di stimoli: notifiche, richieste simultanee, riunioni serrate, piattaforme da aggiornare, KPI da raggiungere, cambiamenti rapidi e spesso poco spiegati. Tutto questo ruba lo spazio mentale necessario per imparare.

Imparare davvero richiede:

  • -attenzione e concentrazione

  • -energia mentale

  • -possibilità di provare e sperimentare

  • -tempo per integrare ciò che si è compreso

Nelle organizzazioni moderne questi ingredienti sono risorse scarse.

Il risultato?
Le persone non smettono di imparare perché “non vogliono”, ma perché sono cognitivamente sovraccariche.

IL VERO SKILL GAP

Quando si parla di competenze mancanti, si pensa subito che “alle persone servano più skill”. In realtà, le skill spesso ci sono: il vero problema è che mancano i contesti giusti per farle emergere. Lo Skill Gap è spesso un Context Gap.

Gli errori più comuni nelle organizzazioni includono:

  1. troppa formazione e poca possibilità di applicarla
  2. aspettative irrealistiche verso persone già sovraccariche
  3. valutazioni basate sulle ore anziché sull’impatto
  4. una cultura che premia la velocità invece della profondità

Se mancano spazi di concentrazione, dialogo, sperimentazione e feedback, anche il talento più sviluppato resta potenziale, non agito.

IL MITO DEL MULTITASKING

Molti credono di poter imparare “mentre fanno altro”. Le neuroscienze dicono chiaramente il contrario: il multitasking non esiste. Il cervello passa continuamente da un compito all’altro, ogni “switch” consuma energia e riduce la profondità dell’apprendimento.

Imparare in un contesto caotico è come provare a riempire una bottiglia bucata: più versi, più perdi. Servono monotasking, immersione e spazi cognitivi puliti perché l’apprendimento attecchisca davvero.

NON SONO LE PERSONE IL PROBLEMA

Spesso le aziende parlano di “resistenza al cambiamento”. La realtà è che le persone non resistono al cambiamento, resistono a cambiare in un contesto che non le sostiene.

Senza chiarezza, sicurezza psicologica, tempo, senso di scopo, supporto del leader, possibilità di sperimentare e riconoscimento, anche il professionista più volenteroso si blocca. Non è un limite individuale: è un limite del sistema.

IL NUOVO RUOLO DELL’HR

L’HR del futuro non sarà valutato per quanti corsi organizza, ma per la qualità dei contesti di apprendimento che sa costruire.

Il nuovo HR diventa:

  • -progettista di esperienze

  • -facilitatore di contenuti

  • -generatore di sicurezza psicologica

  • -connettore tra persone, tecnologia e cultura

  • -promotore di spazi cognitivi sani

  • -misuratore dell’impatto reale

La sfida non è produrre più formazione, ma progettare ecosistemi di apprendimento in cui il cervello umano possa davvero apprendere e trasformare conoscenza in comportamento.

IL FUTURO DELL’APPRENDIMENTO E’ QUI

Il mondo del lavoro non ha bisogno di più contenuti, ma di contesti che facciano davvero imparare: spazi dove ci sia concentrazione, possibilità di sperimentare, motivazione, flow e applicazione concreta. Solo così le competenze emergono, invece di restare accumuli teorici.

Ed è proprio su questa trasformazione che punta il nostro Master in HR L&D Transformation. Un percorso pensato per chi vuole diventare architetto di contesti di apprendimento, in grado di valorizzare le competenze già presenti e generare risultati concreti.

Non si tratta di insegnare “cosa fare” in modo astratto, ma di aiutare i professionisti a ripensare l’esperienza di apprendimento nelle organizzazioni, progettando ambienti in cui le persone possano crescere, sperimentare e dare il meglio di sé.

Se vuoi guidare il cambiamento, fare la differenza nel tuo team e nelle tue persone, questo master ti dà strumenti concreti: dal design dei contesti cognitivi alla leadership dei processi che trasformano conoscenza in azione. Un percorso per costruire organizzazioni in cui le competenze non solo si acquisiscono, ma emergono, si consolidano e producono valore reale.

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FILIPPO POLETTITop Voice Linkedin e influencer del benessere al lavoro

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ARTICOLI DEL BLOG

FLOW E OLIMPIADI: FRANZONI E LA FORMULA DELLA VITTORIA

Ci sono momenti in cui la performance smette di essere solo tecnica, allenamento, preparazione… e diventa qualcosa di più.

Qualcosa che ti attraversa.
Qualcosa che ti tiene lì, completamente immerso, senza fatica apparente.

È quello che ha descritto Giovanni Franzoni dopo le Olimpiadi, in un post che racconta in modo potente cosa significa vivere uno stato di flow.

Scrive:

“Lo stato di flow è una condizione psicologica che caratterizza le migliori performance; rappresenta un’esperienza ottimale in cui corpo e mente si fondono, consentendo al soggetto di compiere un’attività senza percepire lo sforzo ad essa associato.”

E già qui potremmo fermarci.
Perché dentro questa frase c’è l’essenza della performance eccellente.

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FEDERICA BRIGNONE: QUANDO NON TORNI COME PRIMA. TORNI MEGLIO.

Ci sono momenti in cui tutto si ferma.
Un infortunio. Un errore. Una caduta improvvisa.

E lì si misura la differenza tra chi aspetta di “tornare come prima”… e chi sceglie di diventare qualcosa di diverso.

La storia recente di Federica Brignone, capace di conquistare due ori dopo un brutto infortunio, non è solo una storia sportiva. È una lezione potente su cosa significa trasformare una frattura in un punto di forza.

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FALLA N. 5: LA DIPENDENZA DAL LEADER

Questa è l’ultima falla.
Ed è anche la più sottile. E la più pericolosa.

Perché spesso non si manifesta all’inizio, ma arriva dopo: dopo le falle decisionali, di responsabilità, di coordinamento e di confronto. È il punto in cui tutto ciò che è stato compensato, ma non davvero risolto, si raccoglie in un’unica dinamica: la dipendenza dal leader.

Se il tuo team funziona solo quando sei presente, disponibile, attento, significa che – senza volerlo – sei diventato il punto di tenuta del sistema.

All’inizio può sembrare un segnale positivo:
“Sei indispensabile.”
“Con te tutto fila liscio.”
“Quando ci sei tu, le cose vanno.”

Ed è vero. Funziona.
Ma funziona solo finché tu ci sei.

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FALLA N. 4: LA MANCANZA DI CONFRONTO NEL TEAM

Se stai leggendo questa parte, probabilmente stai annuendo. Perché nel tuo team le persone parlano. Le riunioni scorrono lisce, i toni sono civili, le decisioni vengono approvate. Tutto sembra funzionare.
Eppure qualcosa non torna.

Lo senti dopo.
Quando l’esecuzione rallenta.
Quando emergono obiezioni che “stranamente” nessuno aveva sollevato prima.
Quando scopri che qualcuno non era davvero allineato, ma non lo ha detto.

Questa non è una semplice difficoltà di comunicazione.
È mancanza di confronto nel team.
Ed è molto più diffusa di quanto si pensi.

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FALLA N.3: QUANDOIL COORDINAMENTO DIVENTA UN FRENO

Ci sono momenti in cui un team sembra iperattivo, ma in realtà gira a vuoto. Le riunioni si moltiplicano. Gli allineamenti diventano quotidiani. Gli update arrivano puntuali.

Eppure, se guardi ai risultati, l’avanzamento reale è minimo. Il lavoro c’è. L’impegno anche. Ma il sistema non accelera.

Questa è la terza falla: il coordinamento inefficace. Una delle più insidiose, perché sembra buona gestione… ma in realtà è come spingere continuamente un carrello che non ha le ruote ben allineate

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FALLA N.2: QUANDO LA RESPONSABILITÀ È DI TUTTI… E QUINDI DI NESSUNO

In molti team il lavoro procede in modo collaborativo e ben intenzionato.
Le persone partecipano, discutono, propongono e sembrano davvero coinvolte.
Da fuori, tutto appare ordinato, quasi rassicurante.

Poi però arriva il momento in cui un risultato non arriva.
E lì succede qualcosa di interessante.

Nessuno si tira indietro apertamente.
Ma nessuno dice nemmeno: tranquilli, ne rispondo io.

La responsabilità sembra sparsa ovunque, come il parmigiano sulla pasta.
Peccato che, alla fine, non tenga insieme il piatto.

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